L’UNGHIA SUL GHIACCIO

Apparentemente stordito mi appresto a ridere non sapendo di ridere. Ti verrà voglia di abbandonare, di non leggere perché ti sale il rigurgito e ti sconquassa la pressione. Però devi leggere il mondo che ti si disfa sotto i piedi facendoti precipitare fermo. Una vertigine infinita.

Apparentemente stordito ascolto il ronzio ruotare sempre più veloce e più forte. Sono fermo ma destabilizzato. Uno strano urlo che non esce percuote le tempie. L’implosione alimenta un calore che si dilegua in fiamme. Mentre cadono alcune fotografie deturpate.

Apparentemente stordito sento stridere le immagini immobili. Le bocche che abbiamo sempre riempito, sputano. Di colpo non sei più competente. Di colpo non sei più il referente. Eppure ascolti, piegando la testa prestando orecchio come un tenero cane.

Apparentemente stordito vorresti defilarti verso il deserto per urlare che non puoi più potere. Guardi l’orologio e segni il minuto. Il punto esatto più introvabile di un punto epicureo. Eppure era lì che si bloccava. Quando la porta si apre e il sole irrompe e dice: salve tramontati.

Apparentemente stordito salto il punto come voglio. Riparto e scivolo sull’infinito mare ghiacciato da un goccia nascosta sotto l’unghia del mignolo. Rincorro l’esatto punto di luce che si spegne. Ma non sembra dare buio. Allora offro la visione intera e la generosità ingenua.

Apparentemente stordito strofino il panno sul danno. Rischiaro il fulcro vischioso. Da qui in poi può essere rischioso. Fiducioso genero l’immagine che parla, che suona e cammina, che a volte corre a volte si avvinghia. Un tempo il solco era come il senno, il seminato come un segno.

Apparentemente stordito e profondamente sconfitto mi alleo a qualsiasi aria pare dare respiro. Senza più artigli come un gatto che non graffia alla sua ultima vita. Attendo il radente resoconto. Un incubo sarebbe bello. Meglio della realtà, così amorfa e incalcolabile.

Apparentemente stordito ho provato a lasciarmi cadere senza riuscirci. Mi si sono scagliate le braccia e aperte le mani.

Apparentemente le nubi passano liberando il sole.

RIMBALZI

pavese

Adesso il dolore invade anche il mattino
                                  Cesare Pavese

Lei cullava il rumore del corso dell’acqua vicino

al canale rosato dal gelso riflesso dal sole

e provando a potare i rimbalzi di schizzi col colpo

della mano dal polso reciso preciso sentiva
quel dolore al suo canto sfinito tra spasmi di salti
dell’amore perduto nel sordo inseguire la gioia

                                            

e quel caldo suo umore poggiava sudato seduto
su del marmo ghiacciato lasciando vagante la voglia
di quei giorni perfetti colpiti da brezza sul volto
e per terra le gocce di sangue allargate di cerchio
un bel cerchio una chiazza inghiottita da polvere
che perdeva il colore rendendo il destino un po’ inutile

 

e del giorno e la notte di luce ciascuno diversa
poi distesi sul cielo stagnanti su di lei soffiavano.

DI RIDUZIONI E IMPLOSIONI

Di questo incanto
che non seduce
insudicia la vita
non fartene ragione
non è questa tua terra
che lo diffonde
che ha sconfitto i sismi
e non ribolle
annegato i vili
cacciato gli oppressori;
non è del suo cuore
l’incuranza a oltranza
per i suoi figli
per la sua gente
ma dei suoi governanti
più bendati dei quattro mori.

Battono all’asta
la tua casa
speculano sul tuo lavoro
che poi svanisce
sotto gli occhi di tutti
le urla nel vuoto e
se ti dai fuoco
si parla della piaga
del vento
nella tua terra
circondata dal mare.
Quando richiedi
attenzione diventi
bersaglio
predatore predato
piagato nella dignità.

Non chiedi conto
solo di un pasto
ma di servire il loro
ingozzo
loro il trasporto
il loro essere
nel bene
l’imbottigliarsi il sole
rastrellare la sabbia
grattare rocce
spezzare il mare
sferzato dal petrolio
per la benzina
che solo respiriamo
guardiamo
e non tocchiamo.

Qui i ministri volano via
svincolano al dovere
volano
non come gli asini
che ci dicono di cercare
in cielo
con gli elicotteri
tenuti in moto
e ti osservano
esagitato diventare
un gesto
rimpicciolito
sempre più silenzioso
ingoiato dal rotore
diritto che scompare
cuore che non vede non duole.

Della gente mangiata
dal sale
con le croste di iodio
sopra gli zigomi
l’alluminio nelle narici
la silicosi nel destino
cresce il mormorio
marmoreo.