Maurizio Manzo: Divoc (fine)

DIVOC – FINE
SU NEOBAR L’ULTIMO EPISODIO DI DIVOC

Neobar

by m. manzo

DIVOC

7

Mentre volteggio sulla terrazza penso sia un privilegio questo mio nuovo stato.

Ho fatto giusto in tempo a lasciare la porta d’ingresso aperta e a mandare un messaggio a Tiziana con tanta difficoltà nel premere sui tasti e comporre una semplice frase: “appena puoi vieni, c’è la porta aperta, in me e per me non cambierà niente.”

Questi giorni scorsi ho fatto un sogno da cui non mi sono svegliato che all’alba di questa mattina, la morte di tre ragazzi senza che se ne capisse la motivazione. Quando mi sono svegliato, ero sporco di sangue e avevo dei graffi sulle braccia, però avevano incominciato a spuntarmi delle unghie a mo’ di artiglio molto piccolo già da qualche tempo.

Era una cosa che mi aspettavo dovesse succedere, non conosco la causa, però l’ho capito da quando ho iniziato a sentire la necessità di dormire a testa…

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Memoria dell’oggi: Gino Strada

La dimora del tempo sospeso

Gino StradaQuando i ministri cominciano a non fare i ministri, ma vanno in giro a dire la qualunque, sempre più circondati da un alone di militarismo, la cosa preoccupa molto. E mi preoccupa l’assoluta mancanza di umanità. Non dovrebbe essere prendersi cura dei cittadini il lavoro di chi deve garantire la sicurezza? Mi pare invece sia un lavoro orientato a ignorare i cittadini e spingerli a puntare il dito contro chi sta più in basso. Non si punta mai il dito in alto: perché ci sono milioni di poveri in Italia, non si dice mai.

Da una conversazione di Gino Strada con Chiara Cruciati, pubblicata sul Manifesto del 14 maggio 2019. 

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MURI

qui si lascia crescere muri
come fiori investiti dalla luce
mi facevi notare che però
non ondeggiano non sono
mai preda del vento
o degli sguardi stupiti
generano cecità e altre insensibilità
una cancrena legale
che disfa ogni lato minore
ogni rumore.

se lasci cadere liquidi in mare
questo s’ingrossa
riprende ad espandersi
ogni corpo prima di perdersi
si mischia all’acqua
rende il suo omaggio
al mondo inizia a brillare
tra i riflessi e la pelle
d’oca e un ghiozzo in gola
e quella fine che sembra
intaccarci meno dell’ultima
petizione sostenuta, firmata

SA POSTA

Torre dell’Elefante – 1981 – foto Maurizio Manzo

1 – Sa Posta

Dove sono nato ti perdi in mezzo al mare. Puoi cercare di aggirare la città che ti spunta sempre il mare davanti agli occhi, t’allupara. Per non parlare della luce che ti lascia allocchiau, cosa che ti rimane negli occhi fino a quando li chiudi e che finisce quasi sempre con illuminarti i sogni. L’ormai diffuso periodo che chiamiamo di premorte, dei vari tunnel di luce, sicuramente è nasciu innoi, in Casteddu ‘e susu.

Qui a Cagliari diciamo “du còddasa” anziché “frìgasa”, che vuol dire fottere e si pariri più diretto. Tutti qui cercano di non farsi fottere. La prima cosa che impàrasa è a non ti fai poni la saliva sul naso, un po’ come cercare di non farsi fottere, dèpisi partì subito de conca, se qualcuno osa farlo.

A volte se devi osservare qualcosa che richiede contrasto, non lo puoi fare e dèpisi intrai dentro qualche portone per distinguere le cose più chiare. Questo dovrebbe influire positivamente sul nostro carattere, invece accade il contrario, siccome diciamo che qui è tutto alla luce del sole, abbiamo la certezza che nessuno ci potrà mai fregare, e se questo accade, ci siamo inventato il detto: a su burriccu sardu du frìgasa una borta scetti! , come a dire: una volta te lo posso anche concedere.

Efisio quella mattina si credeva prusu sbertiròri degli altri giorni. Per un bambino di quella zona, su sbertiròri appare tre volte più grande di quello che è, si potrebbe dire un mito, se poi su sbertiròri ti coinvolge, la stima diventa illimitata.

Su sbertiròri e unu chi sfòddara, unu chi sfòddara è uno che picchia: uno bravo nel picchiare; un po’ come un pistolero.

Così tra gli otto e i dieci anni imparai a infogài sa posta.

Efisio aveva ancora l’odore del mare nelle mani. Me le muoveva davanti al naso, perché le teneva basse nel gesticolare e io ero alto forse un metro e qualcosa. Aveva appena finito di aiutare il padre a ricucire le reti stèrriasa sul bastione di S. Croce, scorriàrasa a furia di tragàre d’ogna cosa nei fondali.

“Oh su pischellì, dus bisi cùssus dusu? bai e poniddi su sgambettu chi poi arribu deu e ci pensu deu.”

Al bastione nuovo, noi abbiamo il bastione nuovo e quello vecchio, il nuovo è quello di Saint Remy e il vecchio quello di Santa Croce. Al nuovo c’è più scioramento, c’è più gente stràngia, de foras de casteddu ‘e susu, chi àndara chi bèniri, è prenu de pisciottu che fanno vela a scuola e passano la mattina a passillai prima di finire negli sgannatoi. E poi le partite di pallone si fanno a campo aperto, ti sembra un campo regolamentare, in larghezza chi non accàbara prusu.

Quei due ragazzi, cùssus dusu, guardavano la città dal lato terrapieno. Il cielo era molto oltre arrivava lo sguardo e il rumore delle macchine saliva sulle fronde degli alberi fin sopra la terrazza. Camminare sul bastione fiara cummenti camminai sopra il resto del mondo, non cindi fiara po nisciunu.

Sa posta s’infògara per legittimare una reazione; molto più banalmente una scusa per un’azione violenta e gratuita. Io sto solo facendo una cosa toga, una cosa de porri vantai, un’iniziazione sotto la luce di questo celeste salato.

Non ho bisogno di trovare coraggio, è come se avessi una strana forza che non cumprèndisi bene e sprigiona solo barrosìa. Sa gannedda è l’unica cosa che vedo a cui deppu zaccai forti.

È strano vedere lo sguardo spantau di questi ragazzi spiegarsi il mio gesto e tentare un tentativo di risposta biccàu subito da Efisio che si lancia infuriato e urla: “ ita bolisi fai a frarisceddu miu, ah?” e ‘ndi partiri unu con un colpo di testa mentre pigara po su tzugu l’altro e se lo porta verso il ginocchio che solleva con forza per sfoddàrlo di brutto.

Non avevo ancora visto persone scarigate zampillare in quel modo, gli usciva sangue anche dai denti, il bastione aveva iniziato a chiazzarsi di rosso; Efisio gli spara qualche altra frase con tono minatorio a is origas e poi si rivolge a me euforico: “troppu rogu, sempre diaci! spesarindi immoi!”

Mi sono messo a correre via da quelle pozzanghere di sangue. Pensavo allo stupore e alla paura negli occhi di quei ragazzi, a questa cosa inspiegabile che mi rendeva comunque orgoglioso, questa cosa di cui vantarsi fino al finire della luce sotto i lampioni rotti, là ch’innoi sbattisi, dandoti il pugno sul palmo della mano.

DIVOC 5 e 6

Su Neobar due nuovi episodi di DIVOC

Notte e Finestre – di Maurizio Manzo

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6

Oggi per la prima volta ho avuto la netta sensazione della mia leggerezza. Ormai dormo sempre a testa in giù, appeso a una sbarra. Questa mattina mi doleva il collo dei piedi e ha ceduto la presa sull’asta dove li appoggio per riposare; ho pensato di precipitare sbattendo la faccia e ho allungato le braccia e disposto il palmo delle mani, ma con un colpo di reni involontario mi sono ritrovato capovolto e eretto sul pavimento, un po’ come fa Yuri Cheti quando esce dalle parallele, ma senza spazio di movimento tra la testa e le pianelle.