ATTIMI E DESERTI

attimi e deserti

albero perso – foto maurizio manzo – 2018

POCO PRIMA

 

L’inizio è così che parlo in continuazione finché una persona me lo fa notare. Da quel momento sto zitto, parlo solo se interrogato. Provo anche a non respirare, però ogni tanto devo inserire aria nei polmoni. È strano tutto questo, non c’è niente che mi conforti tranne il silenzio, ma non possiamo chiamarlo un vero e proprio conforto, è più una tutela.

Vi posso dire anche l’ora, così potete provare a immaginare come potrebbe essere possibile, sono le dieci e quarantacinque di un mercoledì di febbraio, la luce è quella giusta con le tonalità del periodo e gli angoli ingolfati dal vento. Ora tutto mi appare da dietro un finestrone, sicuramente fuori passa qualche macchina di cui si può sentire la radio accesa, è la vostra canzone, è sempre la canzone di qualcuno, quella che cantano le radio degli altri.

 

POCO DOPO

 

Per prima cosa mi hanno chiesto di guardare intorno, di guardare in terra, di svegliarmi. Io avevo gli occhi aperti tutto il tempo e non potevo fare a meno di scivolare. Instabilità sul pavimento vischioso. Non so quanti giorni erano passati, che stavo lì in piedi davanti a queste persone. Tre, quattro, una settimana? Da quanto tempo non mangiavo, non bevevo? Però non affiorava nessuna necessità invadente, insistevo nel mettere a fuoco da quanto tempo mi chiedevano di pensare a quello che era successo, di provare a toccare quei resti umani, che erano ancora caldi.

Ora mi ruota tutto intorno velocemente. Sento un odore come di rosolatura, di olio che brucia e annerisce ogni cosa, provo a chiedere di versarmi sul viso un po’ d’aria, di sciogliere il respiro che si annoda e mi chiedono di smettere di annidare lo sguardo nel vuoto.

Poi di colpo ogni momento rallenta e ogni punto è sempre più imparziale, è come staccato e non arriva a ricongiungersi.

È stato allora che ho richiuso gli occhi.

 

ANCORA PRIMA

 

Guardo con attenzione le sue guance e la vista si dilata nella pelle bianca, forma cerchi e spirali. Un giorno le ho fissato gli occhi e mi sembravano senza fondo e come di una moltitudine di colori. Non sempre ricordi quando è stato che alcune porte si sono chiuse, quando le sfondi ti compare l’istante e la sofferenza riprende a gocciolare.

Anche sulla fronte ho perso molto tempo, come se cercassi l’indicazione di una strada, l’indirizzo dove trovarti e mi sembrava di perdermi, di perderti. Ricordo il punto esatto in cui ti tenevo la mano e iniziavi a correre fino a che le gambe si attorcigliavano e cadevi trascinandomi con te.

Tutto questo ora accade senza rumore e senza colori.

 

ANCORA DOPO

 

Continuavo a chiederle qualcosa, ma mi sembrava di fare chiasso, allora mi sono avvicinato all’orecchio e mi ha rigurgitato tutti i rumori, trattenendo le vocali. L’ora non la percepivo più, però sentivo ridere poco prima di udire solo urla e poi il silenzio che mi ha stordito come un tuono tra le orecchie.

Voi direte ci sarà stato un istante che…come vi ho detto ho smesso di rispondere, è una cosa che succede, il mutismo, subentra e si sovrappone a voi.

 

PRIMA

 

È strano come sembra una palude queste teste che circolano intorno al mio ronzio. Un sibilo spento sul labbro superiore è quello che mi sembra di ricordare. devo averle detto: non ti capisco. A lei piaceva quando non la capivo e le scrutavo gli occhi come a trovare una soluzione, una spiegazione. Io stesso le dicevo, “ma come fai a spiegarmi quello che senti”.

Poi quando il sole si oscura di colpo senti che è per qualche cosa che hai pensato, però è una nuvola passeggera ed è così che ci attraversa la testa la vita.

 

DA LÌ IN POI

 

Ascoltavo come spremeva il succo dal limone quasi a torcere filamenti e semi. Spesso una giornata parte male e finisce peggio. Di solito  intorno a lei si colorava tutto e assumeva l’aspetto della stagione, certi giorni prendeva il sapore della pioggia prima che arrivi a terra, il giorno era più agra del limone che spremeva. Di lì a poco tutti i colori sulla tavola che brillavano colpiti dal sole che sfilava dalla finestra, hanno iniziato a irritare.

Mi chiedete: e poi?

Il sole non regge più tanto acceso, si stanca e perde la pazienza e non sempre si spegne, ma finisce col bruciare ogni cosa che guarda.

 

DOPO DI QUESTO

 

È distesa e sembra in silenzio. Lo dicono in tanti, dapprima un brusio poi ben distinto: sono qua e più in là, le parti spappolate.

Ho sonno ed è un cattivo segno. Il naso mi si riempie di bruciore e anche gli occhi, ma non guardo dove vogliono loro, non svelo oltre.

Mi raccontava di come sognava una vita migliore, ma va bene lo stesso, diceva. Le si legavano le guance alle fossette, come mostrava di accontentarsi di quello che aveva. Nessuno vorrebbe il cerume, ma ci viene lo stesso, concludeva.

Quando passano i giorni, non riesci più a fermarli, qualcuno faceva la battuta: riempitene le tasche, però così era sempre buio.

 

già Ebook su Neobar

Punti Distinti

sono lunghe e larghe le spiagge
l’accoglienza della risacca
quando si arriva si è tutti uguali
avvolti nella stessa conchiglia
rosata con lo stesso numero
di granelli di sabbia sparsi sugli
zigomi mentre tutto si allarga
e distanzia le apparenze
l’appartenenza che combina
il distacco sviscera il rifiuto
un insolito destino si addensa
nel solito cammino che scompensa
ogni passo ammorba ogni sguardo.

 

 

CROLLI

Abbiamo visto e sentito

Oddio  Cazzo

e un razzo nel cervello non ha trovato

dove atterrare

alloggiare senza sfracellare –  

ognuno indossa la sua verità

devoluta al popolo

ma si tira l’acqua al proprio mulino

sembrano vendette partitiche

o personali si butta in faccia

il sangue i resti

se li portano dietro coi portaborse

pronti a tirarli fuori

alla più ghiotta visibilità

risibile pochezza umana –

 

 

l’interno sembra destinato

a flettere così davanti ai tuoi occhi

sarà come stendersi un mare

silenzioso e poco brillante

che fuoriesce dalle finestre

e incorpora tra delle strane onde

tutto che quello che avevi pensato

di aver visto e inseguito il giorno prima

ha poca importanza cosa solleva

di voi il vento dalle macerie

e se lo porta via in un tragitto

insostenibile anche se sembri volare.