Su NEOBAR Roglio, Furrìsca e Callentèddu – Sa Posta –

Porto Cagliari - 1981 - foto Maurizio Manzo

Porto Cagliari – 1980 – foto Maurizio Manzo

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Qui a Cagliari diciamo “du còddasa” anziché “frìgasa”, che vuol dire fottere e si pàriri più diretto. Tutti qui cercano di non farsi fottere. La prima cosa che impàrasa è a non ti fai poni la saliva sul naso, un po’ come cercare di non farsi fottere, dèpisi partì subito de conca, se qualcuno osa farlo.

PENTOLE

banano che si specchia - foto maurizio manzo - 1987 -

banano che si specchia – foto maurizio manzo – 1987 –

è sporco a terra e le colline dopo che bruciano sembrano città nei giorni di festa passata con in più l’odore della notte che non si stacca nei giorni umidi e appesantiti dal rumore delle gocce le stesse che non smetti di far asciugare gettando nel mare che non finisce di cullare la tua terra e la tua fronte sinonimo di sincerità quella che non nega nessuna bugia e pende senza rumore  o spostamento d’aria la stessa che non ti impedisce di morire.

MACERIE

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Porto di Cagliari – dal Bastione Sant Croce -1983 Foto Maurizio Manzo

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Cagliari al mio inizio aveva molta più luce che muri. Il tempo si slabbrava sulle facciate squarciate dei palazzi. Il buio raramente ci colpiva prima di rientrare a casa. E sì che rientravamo tardi perché tardi arrivava il buio nel quartiere Castello. Il cielo, anche lui si infilava tra le intercapedini sventrate delle macerie, custodi dei nostri giochi, e usciva appesantito, nube ingolfata di calcinacci. I fantasmi scansavano regolarmente la luce. Molti di noi li chiamavano spavaldi, ma nessuno andava mai la notte a salutarli, a far loro compagnia. Il tetano ci evitava timoroso. Anche le croste sui ginocchi si asciugavano bianche.

Dal bastione il porto sembrava una risacca farsi ai nostri piedi. Una corsa ed eravamo lì, giovane pelle mischiata al sale e colorata di nafta. Poi dal faro dalle grandi àncore, scoprivamo di saper volare, mentre sempre interminabile la luce seccava il sale e imbiondiva i peli sulla nostra schiena e sulle braccia. Finché la pelle doca crepava la malta di sale e la luce finiva di dorare lintero corpo.

IL BELATO DI DIO

Un articolo  di Vito Biolchini ha risvegliato il belato.
In basso il link.
 
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Questo il belato di dio
che toglie l’anima al sangue
questo il belato biforcuto
che si coglie sul selciato.
 
Questo l’agnello di Quirra
budello e testa biforme
toglie i peccati ai pingui
che urinano nelle vene del vino.
 
Occhio al saltello
del budello d’agnello
del bidente d’uranio
sul cranio tagliente.
 
Bela sul fosso da una bocca
all’altra lana piroforica
lana di roccia che rocca
non scalda il respiro sfalda.
 
Prova l’agnello a seguire
nel gregge povero agnello
cento berretti una testa doppia (*)
duecentotrentotto isotopo scoppia.
 
Il pascolo inaridito
impoverito si è arricchito
il pastore imbizzarrito
indolenzito si è smarrito
addormentato su un letto
di mirra sotto il cielo di Quirra
ninna nanna mitra nanna ninna
canta la bomba canta la ninna
che senza tomba dorme la quiete.
 
(*)detto sardo: centu concas, centu berritas (cento teste, cento cappelli)
 
qui un articolo di Vito Biolchini:
http://vitobiolchini.wordpress.com/2012/12/13/quirra-la-nato-pone-il-segreto-e-la-regione-in-un-anno-non-ha-fatto-un-cazzo-le-ultime-notizie-dal-poligono-piu-inquinato-del-mondo/
 
 
 

LORDURA

SARDEGNA, SOLDI PUBBLICI A SANTACHE
 
danno alla terra
il valore dannato del danno
la spiga la quercia l’ulivo
il sughero hanno vita monca
 
sparso la guerra incolore
il buio nel mare espanso
infiammabile su papille
pupille corolle coralli
 
pianto non si ascolta
d’ogni croce che pianto
valgo solo il passo
d’una processione d’esilio
 
qui il sole poggia
sulle sterpaglie
sbuffa dorate polveri
non scalda solo piscine
 
ecco la bottiglia cemento
che lo contiene
eolico che lo rinfresca
spartizione in gran festa
 
sferrano come cavalli azzoppati
l’industria sarda
sordi al canto d’arpie vergini a’ volti
uccegli e cagne azzanna soldi scanna uomini
 
preso il paradiso
poi il purgatorio e rifilati
all’inferno ci prendono
anche quello, grasso che cola
 
il dolore rappreso
non ha più odore.
 
 
 
 

SA DIE DE SA SARDIGNA

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Procurade de moderare

Fate in modo di moderare

Baroni (proprietari terrieri),
cercate di moderare la vostra tirannia,
Altrimenti, a costo della mia vita,
tornerete nella polvere (per terra),
La guerra contro la prepotenza
è stata già dichiarata
e nel popolo la pazienza
inizia a mancare

State attenti perché contro di voi
si sta levando il fuoco,
Attenti perché non è un gioco,
se questo inizia per davvero
Guardate che le nubi
preannunciano il temporale
Gente consigliata male
ascoltate la mia voce

Non continuate ad usare lo sprone
sul povero ronzino,
o in mezzo al cammino
si ribellerà imbizzarrito;
è così stanco e malandato
da non poterne più,
e finalmente dovrà rovesciare
il basto e il cavaliere.

Il popolo sardo
che era caduto in un profondo letargo
Finalmente anche se disperato
si accorge di essere schiavo
Sente che sta soffrendo
solo a causa dell’antica indolenza
Feudo, legge nemica
di ogni buona filosofia!

Questa, o popolo sardo,
è l’ora di eliminare gli abusi
Abbasso le abitudini nefaste,
contro ogni dispotismo
Guerra, guerra all’egoismo
e guerra agli oppressori
È importante che questi piccoli tiranni
vengano vinti.

 

 

BRANI – COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO

Edizioni Castello, pag 60 - giugno 1985

Brani del mio primo libro - pubblicato nel 1985 -

Lidia-Tullia mormorò:
all’angolo la puttana! c’era.
anche oggi faccio la puttana.
poi all’angolo la puttana non c’era.
si stava decomponendo in fretta.
l’ha detta.
il cane allora ha pisciato all’angolo.
la puttana era lì con meno carni!
le ha date ai cani.
 
Lidia-Tullia le sue mani
coi guanti color malva
passa sul viso cereo…
m’accarezzano molti – dice –
perché sono lanosa.
…..
Lidia-Tullia decise di camminare
sula via Croce iniziò a singhiozzare.