DOPO DI QUESTO

È distesa e sembra in silenzio. Lo dicono in tanti, dapprima un brusio poi ben distinto: sono qua e più in là, le parti spappolate.

Ho sonno ed è un cattivo segno. Il naso mi si riempie di bruciore e anche gli occhi, ma non guardo dove vogliono loro, non svelo oltre.

Mi raccontava di come sognava una vita migliore, ma va bene lo stesso. Le si legavano le guance alle fossette, come mostrava di accontentarsi di quello che aveva. Nessuno vorrebbe il cerume, ma ci viene lo stesso, concludeva.

Quando passano i giorni, non riesci più a fermarli, qualcuno faceva la battuta: riempitene le tasche, però così era sempre buio.

LA CONTRO EVIDENZA

Ogni sera si voltava verso la finestra e osservava la luce cambiare e ogni giorno a quell’ora si sorprendeva a dedurre che di lì a poco sarebbe scesa la sera.

La deduzione era il suo mestiere. Basilare nel suo mestiere. Il giudice Cària a volte pensava con tenerezza alla madre che gli ricordava: “Già da bambino eri diventato infallibile! Tutti in casa ti chiamavano deducino.”

Questo suo dono lo contraddistingueva, “perché la verità va intuita!”, asseriva spesso e in varie situazioni; “ma anche contro intuita!!”. Gli sarebbe piaciuto essere chiamato il giudice della contro evidenza.

Ciò che seguirà sarà uno dei più esaurenti esempi della teoria della contro evidenza, o meglio della verità contro intuita!

L’aria era attraversata da una serie d’odori. A Rolando Musu provocavano una sorta di nausea. Ripensandoci erano odori normali di strada che in altre situazioni non gli avevano mai dato fastidio. La nausea non era provocata dal naso, ma da quello che stava andando a compiere.

Quella mattina che aveva la luce non diversa da tanti altri giorni, si recava insieme al suo avvocato a denunciare il suo strozzino.

Il malessere di Rolando probabilmente proveniva dal fatto che tutto era nato in modo inconsueto, rispetto a come si sviluppano queste vicende. Invece si stava concludendo nel modo più comune per queste storie. Tutto ciò che ne sarebbe venuto avrebbe stravolto la loro vita sociale, tranne quella del giudice, degli inquirenti, degli avvocati. Perché il disagio di vivere le decisioni non è  dentro una sentenza e non va neanche accompagnata da motivazioni, è al di là di chi è sopra le parti.

DA LÌ IN POI

Ascoltavo come spremeva il succo di limone quasi a torcere filamenti e semi. Spesso una giornata parte male e finisce peggio. Di solito  intorno a lei si colorava tutto e assumeva l’aspetto della stagione, certi giorni prendeva il sapore della pioggia prima che arrivi a terra, il giorno era più agra del limone che spremeva. Di lì a poco tutti i colori sulla tavola che brillavano colpiti dal sole che sfilava dalla finestra, hanno iniziato a irritare.

Mi chiedete: e poi?

Il sole non regge più tanto acceso, si stanca e perde la pazienza e non sempre si spegne, ma finisce col bruciare ogni cosa che guarda.

PRIMA

È strano come sembra una palude queste teste che circolano intorno al mio ronzio. Un sibilo spento sul labbro superiore è quello che mi sembra di ricordare. devo averle detto: non ti capisco. A lei piaceva quando non la capivo e le scrutavo gli occhi come a trovare una soluzione, una spiegazione. Io stesso le dicevo, “ma come fai a spiegarmi quello che senti”. Poi quando il sole si oscura di colpo senti che è per qualche cosa che hai pensato, però è una nuvola passeggera ed è così che ci attraversa la testa la vita.

ANCORA PRIMA

Guardo con attenzione le sue guance e la vista si dilata nella pelle bianca, forma cerchi e spirali. Un giorno le ho fissato gli occhi e mi sembravano senza fondo e come di una moltitudine di colori. Non sempre ricordi quando è stato che alcune porte si sono chiuse, quando le sfondi ti compare l’istante e la sofferenza riprende a gocciolare.

Anche sulla fronte ho perso molto tempo, come se cercassi l’indicazione di una strada, l’indirizzo dove trovarti. Ricordo il punto esatto in cui ti tenevo la mano e iniziavi a correre fino a che le gambe si attorcigliavano e cadevi trascinandomi con te. Tutto questo accade senza rumore e senza colori.

POCO DOPO

Per prima cosa mi hanno chiesto di guardare intorno, di guardare in terra, di svegliarmi. Io avevo gli occhi aperti tutto il tempo e non potevo fare a meno di scivolare. Instabilità sul pavimento vischioso. Non so quanti giorni erano passati, che stavo lì in piedi davanti a queste persone. Tre, quattro, una settimana? Da quanto tempo non mangiavo, non bevevo? Però non affiorava nessuna necessità invadente, insistevo nel mettere a fuoco da quanto tempo mi chiedevano di pensare a quello che era successo, di provare a toccare quei resti umani, che erano ancora caldi.

Ora mi ruota tutto intorno velocemente. Sento un odore come di rosolatura, di olio che brucia e annerisce ogni cosa, provo a chiedere di versarmi sul viso un po’ d’aria, di sciogliere il respiro che si annoda e mi chiedono di smettere di annidare lo sguardo nel vuoto.

Poi di colpo ogni momento rallenta e ogni punto è sempre più imparziale, è come staccato e non arriva a ricongiungersi. È stato allora che ho richiuso  gli occhi.

POCO PRIMA

L’inizio è così che parlo in continuazione finché una persona me lo fa notare. Da quel momento sto zitto, parlo solo se interrogato. Provo anche a non respirare, però ogni tanto devo inserire aria nei polmoni. È strano tutto questo, non c’è niente che mi conforti tranne il silenzio, ma non possiamo chiamarlo un vero e proprio conforto, è più una tutela.

Vi posso dire anche l’ora, così potete provare a immaginare come potrebbe essere possibile, sono le dieci e quarantacinque di un mercoledì di febbraio, la luce è quella giusta con le tonalità del periodo e gli angoli ingolfati dal vento. Ora tutto mi appare da dietro un finestrone, sicuramente fuori passa qualche macchina di cui si può sentire la radio accesa, è la vostra canzone, è sempre la canzone di qualcuno, quella che cantano le radio degli altri.