SPOSA SPOSATA

Foto reperita sul web

Foto reperita sul web

Insinuarsi e raccapricciare

violentemente fino

a gonfiare la pelle

sollevare l’attimo scuro

sofferente monologante

velo dal bianco

dell’occhio nero

appesantito

da  lacrime tinte.

 

Fronteggia sonnolento

impotente la via

ogni velocità

viva riacquista

movimento di ghiaccio

imbestialito

il  gesto

lascia il lato

grottesco.

 

Così

assume

la canta

la ricanta

l’addolcisce

l’incattivisce

la imbeve d’olio

bollente mostruoso

il movimento smuove.

 

Così

abisso

cadavere

corposità

indebolita

della divinità

scaraventata giù

sfinita scaraventata

scaraventata sbattuta.

 

La sua testa, grumo di sangue

nero, è corrosa sugli scogli

d’acido di ormone calcareo

che copre il contatto

alla capacità

distacco di unghie

urlanti

invano graffiano

il cielo.

 

L’essere, mutilato

dalla rabbia, vacilla

osservato anche dalle nubi.

Il corpo

impedito  d’eccitamento

spedito

si sfoga demente furioso

corvo lanciato

nel nido.

 

Pace argentata

sposa sposata

pace saturata

corvi spennati

nell’attrito sul covo

avvelenato dentato

degli strilli morenti

il sibilo da bocca al vento

del corpo riluttante.

 

Dove sogni morirai

ora squarciata

vestita di lillà

cammini

appassita nel viale

colorando le aiuole

coròlla nella pietra

tu seccherai

dove vorrà.

 

Agosto 1981 –

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO – BRANI 4 –

Brani del mio primo libro - pubblicato nel 1985 -

Lidia-Tullia disse a dei bambini:
camminate qui, angioletti orfani,
io Lidia-Tullia vi adotterò…
mi accompagnano gli angioletti
per il quartiere…
e mi dondolano
mi deliziano…ma poi
mi deridono
mi approfittano
mi pigliano a calci le mammelle,
malvagi! terrificanti!
siate saggi, vi farò miei amanti.
non tiratemi le pietre!
non rincorretemi,
lasciatemi andare…
 
portarono Lidia-Tullia
nelle macerie…
mi alzo e sono lunga lunga
lungamente distesa.
demente mi sembra d’essere
su questo pavimento rovente
chino gli orecchi ad ascoltare
le viscere, un alito non si sente.
 
dissolvenza
 
“chiamiamo un medico chiamiamo’”
 
“Viveca non vuole
si chiami qualcuno non vuole!”
 
ditemi: in quale fogna è corsa
l’urina in righe di velluti?
quanti sono venuti
nelle ore in cui ero assente?
hanno osservato il sangue
ai piedi del letto?
le lenzuola lerce?
o la mia testa rasata?
dammi la mia parrucca…andate
a prenderla…nel comò…
v sembro, forse, un oggetto
di dubbia provenienza, ora?
oh, che caldo!
levo questa camiciona…
 
“non levartela…Viveca
starai peggio così nuda…
copriti col lenzuolo…”
 
“lasciala nuda,
falle prendere aria.”
 
……
perché tutto è sbocciato
con un caldo e un sudare
in un inverno rovente.
la pioggia si faceva fango
nelle strade bianche
e guardavo fuori dalla finestra,
e guardando sudavo…e caldo
e caldo: perché mai…
sintomi di menopausa…
ah! questa parrucca
provoca prurito. aiutatemi
a non finire negli abissi!
non significa questo
d’aiutarmi a non morire.
 
non sono goffa, vero,
sdraiata su questo letto
e le pieghe della carne…
mi amavano – gli uomini…
ma ora, vi sembra ch’io abbia
le mammelle orrende?
 
ed è dissolvenza
 
 
 

BRANI – COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO

Edizioni Castello, pag 60 - giugno 1985

Brani del mio primo libro - pubblicato nel 1985 -

Lidia-Tullia mormorò:
all’angolo la puttana! c’era.
anche oggi faccio la puttana.
poi all’angolo la puttana non c’era.
si stava decomponendo in fretta.
l’ha detta.
il cane allora ha pisciato all’angolo.
la puttana era lì con meno carni!
le ha date ai cani.
 
Lidia-Tullia le sue mani
coi guanti color malva
passa sul viso cereo…
m’accarezzano molti – dice –
perché sono lanosa.
…..
Lidia-Tullia decise di camminare
sula via Croce iniziò a singhiozzare.

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO

Edizioni Castello, pag 60 - giugno 1985Rada camminava
appestata solo sulle mani
poi la macchina si presentò
puntuale al suo palazzo:
sorrideva a Rada –
Rada sorrideva alla macchina
si guardarono per del tempo
un’infinità di tempo volato
ad osservarsi. poi la macchina
triste senza più sorriso disse:
non posso curarti del tuo cancro!
Rada la osservò e velò per lei
altri sorrisi e velò e disse:
non voglio che tu mi curi
voglio che tu mi uccida!
l’auto uscì dal quartiere
silenziosa mente multipla.
parlarono a Rada dentro l’auto
ma Rada chiuse il finestrino.
come fai a essere sulla macchina
se adesso eri in casa?
da questa domanda
cominciarono a beccarmi;
molti becchini procedevano
seguiti da beccai affilati.
 
Dissolvenza. Dissolvenza.
 
Io sono Viveca
da dove vengo
lo dissi a molti uomini…
e da dove venivo loro andavano.
Io mi chiamo Viveca
ero soltanto bassa
oggi sono anche grassa
sembro più bassa…
divarico le gambe
dentro il mio letto
e m’apro al sogno –
scivolando i ginocchi
sulle lenzuola
ruvide gonfie di sporcizia.
questa mattina
ho sporcato la via
e tutti hanno osato guardare!
quando mi sveglio
è questo il mio pensiero.
Nacqui anziché morire
ma recitai la morte
mia allo specchio;
arrivai qui uno di quei giorni
di quei giorni che scordi
che tutti pensavano:
“sarebbe un gioco da bimbi
stringerla fra le braccia.
potrebbe ribellarsi
per finire per cedere…
grassa com’è,
debole dev’essere anche.”
e altri discorsi simili
giacevano sotto i miei piedi
quando passeggiavo
quando arrivai nel ghetto storico
vent’anni fa,
bassa e grassa
ma non deforme come adesso
che la mia gola possente
con la sua obesità gracchia!
 
Ed è dissolvenza.
 
Lidia-Tullia era l’acqua vergine
insensibile e mezzo vorace
camminava rovinata da vertigine
gonfia di tisi nel magro torace.
Lidia-Tullia sognava il cielo
mentre uccideva un sano stelo.
Lidia-Tullia crebbe andando a messa
nel velo nero con Viveca e Rada e Vanessa.
 
Lidia-Tullia protetta dal ghetto nobile
Lidia-Tullia continua a dire:
essendo la regina del cielo
sono come acqua vergine e fresca.
nessuno l’ascoltava,
poiché il vento delle sue parole
era vento e non acqua!
 
Lidia-Tullia bevve l’acqua
ipersensibile tutta quanta.
Lidia-Tullia mi parve acqua
quando la vidi moscia e santa!
Lidia-Tullia si è vestita
e correndo via si è pisciata.
si è lavata a tarda notte
nel bidè con il piscio e se ne fotte.
 
Dissolvenza
 
Quella sera Vanessa
cadde e si confidò:
siccome è stato
come fossi stata squartata
non ho più scordato
il sogno che mi ha spossata!
come dire che non ho più…
Vanessa ha caldo.
Vanessa è nuda!
Vanessa giace
ventre saziato
giace…e si sveglia:
tu hai sognato!
monte sognato.
sogno arrestato.
cosa ti spinge a me? – sì –
cosa mi spinge a te? – sì –
le danzarono intorno i demoni.
 
Vanessa veniva in auto
veniva a piedi
e veniva e pregava
che io le aprissi…
e piangeva quando mi rivestivo
Vanessa, e gli occhi miei
l’hanno veduta su e giù.

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO – prologo –

Brani tratti dal mio primo libro - 1985 -

PROLOGO

Ma dove siamo in grotte o case
o stalle, piazze di città, dove?
l’inverno si è scordato di delineare
perché il sole non scalda
il mare lineare,
sogno l’assurdità
parlare camminare ovale.
Immersi in centri razziali
Vogliamo odiare,
la danza si ripete
e si ripete per noi vola
in stanze illuminate
di viola per violare.
…..
Ed uscii dalle Torri
ma mi costrinsero a tornare…
qui ne ho visto scalfiti
vecchi palazzi e sentito
urlare vecchi pazzi.
I vicoli stretti:
oh la profondità strozzata,
stranieri!
All’urlo tutti fuori ai balconi
d’edera d’immondizia.
La notte:
Che si alza con la nebbia
E fugge via
piano piano ben bene
logorata logorata…
cos’è che stavo sognando?
La notte
che si alza con la nebbia
E fugge via
piano piano ben bene
Logorata la notte
Era come il giorno
Illuminata da brandelli di nubi
che pendenti pendevano…
nei vicoli cadenti…
oh la profondità strozzata!,
stranieri
dagli occhi azzurri che guardate
quanti di noi dagli occhi neri
divoriamo stranieri
delle città di su.
Cosa volevate guardare?
Chiusi nel ghetto ignobile
gettiamo a mare rabbia vile
siamo del mare l’indecenza
siamo del mare l’arenile.
 
Dissolvenza