TORRI E BASTIONI

Ed uscii dalle Torri –

ma mi costrinsero a tornare –

qui, ne ho visto scalfiti

vecchi palazzi e sentito

urlare vecchi pazzi.

I vicoli stretti:

oh la profondità strozzata,

stranieri!

All’urlo, tutti fuori ai balconi

d’edera d’immondizia.

La notte:

che si alza con la nebbia

e fugge via

piano piano ben bene

logorata logorata –

cos’è che stavo sognando?

La notte:

che si alza con la nebbia

e fugge via

piano piano ben bene

logorata la notte

era come il giorno

illuminata da brandelli di nubi

che pendenti pendevano –

nei vicoli cadenti;

oh la profondità strozzata!,

stranieri

dagli occhi azzurri che guardate

quanti di noi dagli occhi neri

divoriamo stranieri

delle città di su.

Che cosa

volevate guardare?

Quanta dissolvenza,

chiusi nel ghetto ignobile

gettiamo a mare rabbia vile,

siamo del mare l’indecenza

siamo del mare l’arenile.

Pareva tutta un’attrazione ottica!

Ma dove sono gli occhi?

 

VORAGINE

Voragine in centro la piazza.

tonnellate di polpa

risucchiate sonore

fatte a fette incollate

nella cavità ruvida –

dei bimbi che corrono l’inno

il cerchio il gelo

imminente il distacco

dalle case che si sfarinano

l’abbandono non voluto:

eccola laggiù di qua lassù di là

la fila eterna

la terra in agonia

e le strade abboffarsi.

 

Maggio 1981

 

 

Alcuni testi tratti da Coreografia del ghetto storico

Su NEOBAR TESTI TRATTI DA COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO
PUBBLICAZIONE DEL 1985 – EDIZIONI CASTELLO

VIVECA

Disegno di Maria ispiratodai personaggi di Coreografia del ghetto storico

Disegno di Maria sui personaggi di
Coreografia del ghetto storico

“Il letto di Viveca

abbiamo trasportato

sulla cima della Torre.

Lei l’ha chiesto, lei!”

Ah, questa è arguzia! Due lati

Affilati; il camicione già imbrattato!

Oh, mi si asciuga dal dolore –

e solo le mani e la fronte umide.

“Viveca s’è aperta la vulva

s’è messa una lametta

e il sangue…

il sangue nella vulva fulva!”

ora è la menorragia eterna?

Non resta che…

e quindi attendere…

ricalcare tutto o ah!

io ch’ero un tempo

quel ch’ero,

non posso da me stessa

cancellare ogni delicatezza!

Gli altri sì!, potrebbero

Disgregare i miei gesti,

la movenza delle labbra;

ed io ho fatto soffrire gli altri!

Non sembro, ora, divina!

Ma lo ero alla fin fine?

Stare a letto mi ingrossa la voce…

stare a letto mi…

ho venduto l’anima alla giovinezza!

Ho raschiato un utero

a rubarne i colori!

Ho divorato l’ingenuità

appena la seppi esistere!

“Io l’ho vista Viveca

sul suo letto in cima alla Torre –

tutta imbrattata di sangue…”

La veglia è inutile;

mi lascerò come in un dramma

mi lancerò –

in un lago di sangue…

mestruale?

Dissolvenza.

CASTELLO – 1981 –

Vorrei venire

arrivando  e osservare

come una prima volta

questi palazzi

questi ruderi su cui il sole

indelicato posa gli anni

su cui posiamo gli occhi

e altri con foto bloccano.

 

Oh, belli! Oh, belli!

Vedere per la prima volta

la mia casa e la gente

da sopra l’alta torre

il mare al mare voltarmi.

 

Potessi cancellarvi

e imprimervi come

primizia nelle mie pupille

e poi andar via,

non conoscere il nostro male:

domani cadremo?

Ebbene, ho qualche foto

di voi.

 

ottobre 1981

 

 

 

LORDURA

danno alla terra
il valore dannato del danno
la spiga la quercia l’ulivo
il sughero hanno vita monca
 
sparso la guerra incolore
il buio nel mare espanso
infiammabile su papille
pupille corolle coralli
 
pianto non si ascolta
d’ogni croce che pianto
valgo solo il passo
d’una processione d’esilio
 
qui il sole poggia
sulle sterpaglie
sbuffa dorate polveri
non scalda solo piscine
 
ecco la bottiglia cemento
che lo contiene
eolico che lo rinfresca
spartizione in gran festa
 
sferrano come cavalli azzoppati
l’industria sarda
sordi al canto d’arpie vergini a’ volti
uccegli e cagne azzanna soldi scanna uomini
 
preso il paradiso
poi il purgatorio e rifilati
all’inferno ci prendono
anche quello, grasso che cola
 
il dolore rappreso
non ha più odore.
 
 
 
 

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO – BRANI 4 –

Brani del mio primo libro - pubblicato nel 1985 -

Lidia-Tullia disse a dei bambini:
camminate qui, angioletti orfani,
io Lidia-Tullia vi adotterò…
mi accompagnano gli angioletti
per il quartiere…
e mi dondolano
mi deliziano…ma poi
mi deridono
mi approfittano
mi pigliano a calci le mammelle,
malvagi! terrificanti!
siate saggi, vi farò miei amanti.
non tiratemi le pietre!
non rincorretemi,
lasciatemi andare…
 
portarono Lidia-Tullia
nelle macerie…
mi alzo e sono lunga lunga
lungamente distesa.
demente mi sembra d’essere
su questo pavimento rovente
chino gli orecchi ad ascoltare
le viscere, un alito non si sente.
 
dissolvenza
 
“chiamiamo un medico chiamiamo’”
 
“Viveca non vuole
si chiami qualcuno non vuole!”
 
ditemi: in quale fogna è corsa
l’urina in righe di velluti?
quanti sono venuti
nelle ore in cui ero assente?
hanno osservato il sangue
ai piedi del letto?
le lenzuola lerce?
o la mia testa rasata?
dammi la mia parrucca…andate
a prenderla…nel comò…
v sembro, forse, un oggetto
di dubbia provenienza, ora?
oh, che caldo!
levo questa camiciona…
 
“non levartela…Viveca
starai peggio così nuda…
copriti col lenzuolo…”
 
“lasciala nuda,
falle prendere aria.”
 
……
perché tutto è sbocciato
con un caldo e un sudare
in un inverno rovente.
la pioggia si faceva fango
nelle strade bianche
e guardavo fuori dalla finestra,
e guardando sudavo…e caldo
e caldo: perché mai…
sintomi di menopausa…
ah! questa parrucca
provoca prurito. aiutatemi
a non finire negli abissi!
non significa questo
d’aiutarmi a non morire.
 
non sono goffa, vero,
sdraiata su questo letto
e le pieghe della carne…
mi amavano – gli uomini…
ma ora, vi sembra ch’io abbia
le mammelle orrende?
 
ed è dissolvenza