LA FILA

Visuale via Corte D’appello – 1982 – foto Maurizio Manzo

Che tubatura gocciolante

pare la fila

di coloro che sostano

per la figa la bionda stoppa.

Getti fiacchi di cloro

Il tubo

più  buchi, sgorgano

s’accorciano si squagliano.

Sospira Idràula

e clorosi cospira

per affanni sul viso

e labbra secche

sulle sue palpebre.

 

Nel buio dove tace

luccica odore

flessibile di opaco piombo.

Quando Idràula cloaca s’avvia

la fila è vacua,

va nel cesso a spurgare

e in bilico sulle gambe magre

ascolta un concerto di antiche

tubature.

1983

Viveca Lidia-Tullia Rada e Vanessa – 1981 da Coreografia del Ghetto Storico

“Viveca aveva fatto
di me la conoscenza
una sera vicina alla notte.
Quella sera c’era la pioggia:
< sei tornato figlio mio?>”
 
“Sono solo un altro –
un’altra goccia di pioggia
che cade di troppo sull’asfalto,
e che nel cadere soffre,
certamente come suo figlio!”
 
< Viveca ha avuto un figlio?>
 
Piansi per un bambino – diceva Viveca –
che m’abbandonò lentamente:
mentre io contavo i suoi passi
quei passi ridevano della mia mente.
 
<Ma quella donna ha partorito?>
 
Potrei io farvi annusare
dall’ombelico quanti liquidi
ha risucchiato il mio ventre –
Non sono io quella
che ha lasciato la merda
davanti alle porte delle case.
Né quella che ha sputato su vetri!
Ah!, ma mio figlio si sarebbe
lungo la vita fermato se solo
avesse visto i miei occhi
guardare la sua nuca.
 
Ed è dissolvenza.
 
Lidia-Tullia di notte
piangeva.
Lei sapeva quel che gli uomini
dicevano nei bar:
“Lidia-Tullia se l’intende –
dicono le piace
la sozzura del pene.”
Lidia-Tullia da sola piangeva:
e quella sera non la scorerò mai!
Osarono denudarmi –
non scorderò mai la sera,
non scorderò mai l’orecchio
di uno che morsicai
fino a far combaciare i denti.
 
Il morso di Lidia-Tullia.
Le acqua, lei dolce mare.
Lidia-Tullia non si lava,
e quando cammina qui
l’odore suo intimo
si posa sulle narici –
Lidia-Tullia non si lava!
Uomini giovani e vecchi
dalla testa senz’occhi
ansimano alla vagina di lei
raschiando il suolo coi ginocchi –
Lidia-Tullia li accoglie
ma non si lava!
È la maniera per non abbandonarsi,
grida Lidia-Tullia regina dei cieli.
 
Dissolvenza
 
Rada ha cantato assonnato
Quel grido come è nato.
E lei non capace di ridere
ha voluto a noi mordere.
Rada! Rada! Rada!
S’è guardata le mani:
ha visto che non ha più mani!
Non ho più mani – lamenta –
mi son vista le mani:
che non ho più mani!
 
Rada Amava il cotone
Quando imbeveva l’olio caldo
strofinando le mani
per dare il soffice al malore;
mentre chiedeva:
deciframi quale se effimera
bellezza mi assalga quando
guardo solo se guardo.
Perché Rada vede tutto quando guarda!
 
Dissolvenza.
 
Vanessa era riuscita ad aggrapparsi.
Ho aggrappato! Ho aggrappato!
Era capace d’aggrapparsi Vanessa,
ma non di custodirsi.
Vanessa so che sei lì.
So che sei lì, Vanessa.
Dai, vieni qui, Vanessa!
Vanessa, dai, vieni qui.
Ma lei non voleva non voleva!
Sto aggrappata – diceva –
Sto come un’oliva!
Aggrappata diceva
sono un’oliva.
Mi sono insegnata anche
a custodirmi, guarda:
serro le carni mie!
Non connetteva, Vanessa
ha sempre chiuse le carni.
Ti prego arrotondati
esile e ovale com’eri al tempo –
Non ti do retta – dice –
non posso che essere spigolosa.
Non lacerarmi le costole Vanessa!
Non ti do retta – dice –
mi so custodire,
ho serrato le carni mie:
chi più potrà entrare?
 
Chiusa ermeticamente sudata
Vanessa appiccicata
la carne appiccicata!
Chiasseggiava la carne
chiasseggiava se ti provavi
di staccarla.
E gli odori son qui inutili.
Non ti posso aprire.
Perdonami se ti ho ceduto.
Puoi sgridarmi, ho perduto!
Ho perduto ho paura
Della tua sorte: tu sei ora,
per chi ti tocca, la morte!
 
Dissolvenza – Dissolvenza
 
 
 

BRANI – COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO

Edizioni Castello, pag 60 - giugno 1985

Brani del mio primo libro - pubblicato nel 1985 -

Lidia-Tullia mormorò:
all’angolo la puttana! c’era.
anche oggi faccio la puttana.
poi all’angolo la puttana non c’era.
si stava decomponendo in fretta.
l’ha detta.
il cane allora ha pisciato all’angolo.
la puttana era lì con meno carni!
le ha date ai cani.
 
Lidia-Tullia le sue mani
coi guanti color malva
passa sul viso cereo…
m’accarezzano molti – dice –
perché sono lanosa.
…..
Lidia-Tullia decise di camminare
sula via Croce iniziò a singhiozzare.

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO

Edizioni Castello, pag 60 - giugno 1985Rada camminava
appestata solo sulle mani
poi la macchina si presentò
puntuale al suo palazzo:
sorrideva a Rada –
Rada sorrideva alla macchina
si guardarono per del tempo
un’infinità di tempo volato
ad osservarsi. poi la macchina
triste senza più sorriso disse:
non posso curarti del tuo cancro!
Rada la osservò e velò per lei
altri sorrisi e velò e disse:
non voglio che tu mi curi
voglio che tu mi uccida!
l’auto uscì dal quartiere
silenziosa mente multipla.
parlarono a Rada dentro l’auto
ma Rada chiuse il finestrino.
come fai a essere sulla macchina
se adesso eri in casa?
da questa domanda
cominciarono a beccarmi;
molti becchini procedevano
seguiti da beccai affilati.
 
Dissolvenza. Dissolvenza.
 
Io sono Viveca
da dove vengo
lo dissi a molti uomini…
e da dove venivo loro andavano.
Io mi chiamo Viveca
ero soltanto bassa
oggi sono anche grassa
sembro più bassa…
divarico le gambe
dentro il mio letto
e m’apro al sogno –
scivolando i ginocchi
sulle lenzuola
ruvide gonfie di sporcizia.
questa mattina
ho sporcato la via
e tutti hanno osato guardare!
quando mi sveglio
è questo il mio pensiero.
Nacqui anziché morire
ma recitai la morte
mia allo specchio;
arrivai qui uno di quei giorni
di quei giorni che scordi
che tutti pensavano:
“sarebbe un gioco da bimbi
stringerla fra le braccia.
potrebbe ribellarsi
per finire per cedere…
grassa com’è,
debole dev’essere anche.”
e altri discorsi simili
giacevano sotto i miei piedi
quando passeggiavo
quando arrivai nel ghetto storico
vent’anni fa,
bassa e grassa
ma non deforme come adesso
che la mia gola possente
con la sua obesità gracchia!
 
Ed è dissolvenza.
 
Lidia-Tullia era l’acqua vergine
insensibile e mezzo vorace
camminava rovinata da vertigine
gonfia di tisi nel magro torace.
Lidia-Tullia sognava il cielo
mentre uccideva un sano stelo.
Lidia-Tullia crebbe andando a messa
nel velo nero con Viveca e Rada e Vanessa.
 
Lidia-Tullia protetta dal ghetto nobile
Lidia-Tullia continua a dire:
essendo la regina del cielo
sono come acqua vergine e fresca.
nessuno l’ascoltava,
poiché il vento delle sue parole
era vento e non acqua!
 
Lidia-Tullia bevve l’acqua
ipersensibile tutta quanta.
Lidia-Tullia mi parve acqua
quando la vidi moscia e santa!
Lidia-Tullia si è vestita
e correndo via si è pisciata.
si è lavata a tarda notte
nel bidè con il piscio e se ne fotte.
 
Dissolvenza
 
Quella sera Vanessa
cadde e si confidò:
siccome è stato
come fossi stata squartata
non ho più scordato
il sogno che mi ha spossata!
come dire che non ho più…
Vanessa ha caldo.
Vanessa è nuda!
Vanessa giace
ventre saziato
giace…e si sveglia:
tu hai sognato!
monte sognato.
sogno arrestato.
cosa ti spinge a me? – sì –
cosa mi spinge a te? – sì –
le danzarono intorno i demoni.
 
Vanessa veniva in auto
veniva a piedi
e veniva e pregava
che io le aprissi…
e piangeva quando mi rivestivo
Vanessa, e gli occhi miei
l’hanno veduta su e giù.

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO – prologo –

Brani tratti dal mio primo libro - 1985 -

PROLOGO

Ma dove siamo in grotte o case
o stalle, piazze di città, dove?
l’inverno si è scordato di delineare
perché il sole non scalda
il mare lineare,
sogno l’assurdità
parlare camminare ovale.
Immersi in centri razziali
Vogliamo odiare,
la danza si ripete
e si ripete per noi vola
in stanze illuminate
di viola per violare.
…..
Ed uscii dalle Torri
ma mi costrinsero a tornare…
qui ne ho visto scalfiti
vecchi palazzi e sentito
urlare vecchi pazzi.
I vicoli stretti:
oh la profondità strozzata,
stranieri!
All’urlo tutti fuori ai balconi
d’edera d’immondizia.
La notte:
Che si alza con la nebbia
E fugge via
piano piano ben bene
logorata logorata…
cos’è che stavo sognando?
La notte
che si alza con la nebbia
E fugge via
piano piano ben bene
Logorata la notte
Era come il giorno
Illuminata da brandelli di nubi
che pendenti pendevano…
nei vicoli cadenti…
oh la profondità strozzata!,
stranieri
dagli occhi azzurri che guardate
quanti di noi dagli occhi neri
divoriamo stranieri
delle città di su.
Cosa volevate guardare?
Chiusi nel ghetto ignobile
gettiamo a mare rabbia vile
siamo del mare l’indecenza
siamo del mare l’arenile.
 
Dissolvenza