SECONDA TAVOLA DI ELIO COPETTI

Tavola di Elio Copetti

                                                      Tavola di Elio Copetti

Perché al mondo scopri come sei giunto. Voluto o non voluto. Mentre non scopri come sei morto. Anche se torni, torni vuoto. Alcune persone vorrebbero sapere perché ti sei ucciso. Perché ti hanno ucciso. Cosa guardavi quando sei uscito fuori strada o cosa pensavi guardandola negli occhi.
Rolando Musu era irrelato. A parte un po’ di fuliggine che svolazzava quando si muoveva, non si sapeva cosa gli era successo. E lui non poteva svelarlo, era retto dal nulla. Anche se il mistero è una cosa che appartiene più ai vivi che ai morti, Rolando aveva riportato indietro con sé l’enigma.
Perché poi, per vivere abbiamo bisogno di sapere più di ogni altra cosa non come e perché si muore, ma perché ci si uccide, questo sgarbo alla vita mentre noi invece la stringiamo, stritoliamo.

 

 

PRIMA TAVOLA DI ELIO COPETTI PER SULLA PANCHINA VERDE SCOMPARSO

Tavola di Elio Copetti

Tavola di Elio Copetti

Non c’era un orario preciso, perché non c’era più orario nello stato di Rolando Musu, perciò pensava all’ultima volta che era vivo con una frequenza che non era possibile quantificare. In realtà tutto questo lo stordiva, l’eternità gioca brutti scherzi. È difficile ricordare quando si è stati vivi quando si è morti.

La cosa che più faceva ridere Rolando, perché si ride anche da freddi, era vedere i ragazzi che si fermavano davanti alla sua panchina per sfotterlo, mettergli le dita nel foro del suo zigomo facendo schizzare pus da tutte le parti. Il suo sorriso smontava la boria di quei ragazzi che si allontanavano schifati ma soprattutto indeboliti.

Non si chiedeva come mai gli altri potessero vederlo, addirittura toccarlo. Non ci si chiede certe cose, se non altro per non turbare la felicità del momento in cui qualcuno sembra accorgersi di te.

Lo stato non era di apatia, piuttosto quel momento in cui scompare la memoria e il pensiero non si compone, un troppo pieno che si aziona e crea il vuoto, alleggerendo ogni senso.

LA PUZZA

Quando soffi si forma la nebbia sugli occhi. Rolando Musu aveva provato a lungo a spegnere le fiamme sul suo corpo. Finché il foro purulento sullo zigomo si asciugò e la formichina fece un breve rumore di crepa.

Non sarebbe durato oltre, Rolando, senza la formichina che sbucava dal suo viso scivolando sul pus. Il tempo certe ferite non le sana. Poteva essere un reperto, aiutare un’indagine, ricomporsi in un sacchetto, rimbombare nell’obitorio. Invece preferiva svolazzare con l’insufficienza della carta bruciata, annerire le nuvole.

Luisa trattenne alcune parti sbriciolate di Rolando. Molte altre si mischiarono a foglie e sterpaglie, incanalate verso i tombini e neanche uno sguardo a seguire tutto quel nero scorrere via.

Questo è quello che si dice, più quello che si pensa. Alcuni giurano che era quello che lui voleva, molti continuano a lamentare la puzza, perché non sempre il fuoco purifica, pulisce la nostra visuale.

FULIGGINE

Insensato catturava la luce ogni suo sguardo. Un diaframma sovraesposto che scheggiava anche le lacrime. Se si guarda infinitamente qualcosa, finisce che si consuma. Si spegne.

A Rolando Musu quel giorno era rimasto solo lo sguardo, e finì col spegnere ogni cosa che passava ininterrottamente sotto i suoi occhi.

Riuscì persino a spegnere il sole. Cosicché il forte calore che saliva dai suoi piedi fin su per tutto il corpo, Rolando lo attribuì allo spegnimento del sole, come se avesse trasferito su di sé i raggi che dovevano essere le fiamme che lo legavano e  univano ai vestiti che si scioglievano con la carne.

Rolando Musu non provava rabbia anche se il dolore l’aveva trasformato prima di stordirlo. Aveva davanti agli occhi, attimi che potrebbero definirsi memoria, le mani di quei ragazzi sporgersi aperte sui palmi sulle fiamme che salivano dal suo corpo, come a riscaldarsi. E prima che si spegnesse anche il fuoco, e volare fuliggine come neve nera dalla panchina verde scomparso, probabilmente pensò di essere stato utile a qualcuno, quel giorno.

LUISA

Le si avvicinò tiepida. Rolando Musu avrebbe dovuto tremare e battere i denti, seduto nella panchina verde scomparso e il freddo dell’inverno più rigido da che lui era scomparso allo stato dei sensi.

Luisa stringeva le guance di Rolando cercando di farsi capire. Rolando non parlava e non capiva più quello che può definirsi una lingua. Anche se lui accennava, parlava, stringeva i pugni per immaginare di urlare, per il resto che circolava intorno a lui non era così. Però non smetteva di guardare e di vedere, e vedeva Luisa ed era come capirla, perché un tempo sicuramente l’avrebbe capita.

Luisa smise di stringere le guance di Rolando. Frettolosamente e goffamente iniziò a baciarlo su tutto il viso, soffermandosi a succhiare il  pus dal foro che Rolando aveva sullo zigomo. – la formichina – disse Rolando guardando Luisa, che non capiva, e sporgendo fuori la lingua cercava di prendere l’insetto per rinfilarlo nel foro.

Anche lei pensò alla formichina come alla possibile anima di Rolando. Allora mosse gli occhi come a tentare di scusarsi e scese le mani cercando quello che doveva essere una cintura per i pantaloni, ma era uno spago che aveva un fiocco ordinato, che lentamente sciolse.

Rolando oltre ad aver smesso di pensare, aveva smesso di stupirsi, e non dava altri significati al di là di quello che era, mentre vedeva Luisa aggrappata al suo pene lungo e duro. Un bisbiglio era quello che provò a dire nel vuoto che rimbombava intorno alle sue parole.— Forse sono morto impiccato! – e anche la formichina si agitava scivolando sul pus.

SGARBO

Perché al mondo scopri come sei giunto. Voluto  o non voluto. Mentre non scopri come sei morto. Anche se torni, torni vuoto. Alcune persone vorrebbero sapere perché ti sei ucciso. Perché ti hanno ucciso. Cosa guardavi quando sei uscito fuori strada o cosa pensavi guardandola negli occhi.

Rolando Musu era irrelato. A parte un po’ di fuliggine che svolazzava quando si muoveva, non si sapeva cosa gli era successo. E lui non poteva svelarlo, era retto dal nulla. Anche se il mistero è una cosa che appartiene più ai vivi che ai morti, Rolando aveva riportato indietro con sé l’enigma.

Perché poi, per vivere abbiamo bisogno di sapere più di ogni altra cosa non come e perché si muore, ma perché ci si uccide, questo sgarbo alla vita mentre noi invece la stringiamo, stritoliamo.