ALL’OMBRA DEI PIXEL – XII – XIII – XIV –

XII
bocca sana ragadi a sangue lento lame
triplo pelo pelano guance pance pom
de terre poi belano a stento sopra l’erba
cotta verde pecore rasate rosate
di maiali e simili panciute pancette
clonati che masticano conati salati
il sapore cumulo di ansia gonfia anse
si divulga dedalo implodendo e sedando.

 

XIII
su Rolando tremuli frammenti di pioggia
che radente lemuri sementi gemmati
come fosse flaccido muro sprigionano
rampicanti sibili di guerra di terra
arrossata e fievoli distese indolori
lì davanti sagome figuranti orrori
silenziosi plastiche figure bordure
ai comuni soliti giorni forni d’altri.

 

XIV
il colore stimola a vuoto le narici
di scoria che s’arida s’incrosta il respiro
vede il vento che ulula s’alza e non scompone
l’aria il volto o palpebre arrossate rinfresca
e guarda rivolgersi di nubi pompose
variegato porpora giallino rosato
lo sciolto sui mandorli e gelsi silenzioso
umore del popolo compresso proteso.

ALL’OMBRA DEI PIXEL – IX – X – XI –

IX
Rolando si crogiola pesato e lavato
indotto dal solito torpore temprato
ascolta di tortore il becco canto bieco
e risponde energico con un fischio vischio
fino a sera rutilo riflesso già lesso
l’aria cupa sventola appassito l’umore
s’aggira sul circolo vizioso sontuoso
richiede la modica dose giornaliera.
 
X
il volto si mescola e suda sulla sedia
toglie al sole candidi salienti momenti
e rincorre solide storie cova cavie
dal destino povero travolto e distrutto
dal destino polipo sotto messo mesto
ascolta e una lacrima scende sulla guancia
sulla pancia lapida il tremore motore
lo coglie lo remora lo sfascia l’accascia.
 
XI
così il giogo simula colori pastello
fosse sogno a fondere i loro occhi pestati
bolle il mondo luètico mentre il pranzo scalda
arsi vivi d’etica rosa religiosa
poi riposa ingenito ghiro ghiotto goffo
quando il sole stempera la linea di mira
Rolando si radica e l’aria ferma fitta
non nebbia ma polvere soffiata dai colpi.

BRANI – COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO

Edizioni Castello, pag 60 - giugno 1985

Brani del mio primo libro - pubblicato nel 1985 -

Lidia-Tullia mormorò:
all’angolo la puttana! c’era.
anche oggi faccio la puttana.
poi all’angolo la puttana non c’era.
si stava decomponendo in fretta.
l’ha detta.
il cane allora ha pisciato all’angolo.
la puttana era lì con meno carni!
le ha date ai cani.
 
Lidia-Tullia le sue mani
coi guanti color malva
passa sul viso cereo…
m’accarezzano molti – dice –
perché sono lanosa.
…..
Lidia-Tullia decise di camminare
sula via Croce iniziò a singhiozzare.

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO

Edizioni Castello, pag 60 - giugno 1985Rada camminava
appestata solo sulle mani
poi la macchina si presentò
puntuale al suo palazzo:
sorrideva a Rada –
Rada sorrideva alla macchina
si guardarono per del tempo
un’infinità di tempo volato
ad osservarsi. poi la macchina
triste senza più sorriso disse:
non posso curarti del tuo cancro!
Rada la osservò e velò per lei
altri sorrisi e velò e disse:
non voglio che tu mi curi
voglio che tu mi uccida!
l’auto uscì dal quartiere
silenziosa mente multipla.
parlarono a Rada dentro l’auto
ma Rada chiuse il finestrino.
come fai a essere sulla macchina
se adesso eri in casa?
da questa domanda
cominciarono a beccarmi;
molti becchini procedevano
seguiti da beccai affilati.
 
Dissolvenza. Dissolvenza.
 
Io sono Viveca
da dove vengo
lo dissi a molti uomini…
e da dove venivo loro andavano.
Io mi chiamo Viveca
ero soltanto bassa
oggi sono anche grassa
sembro più bassa…
divarico le gambe
dentro il mio letto
e m’apro al sogno –
scivolando i ginocchi
sulle lenzuola
ruvide gonfie di sporcizia.
questa mattina
ho sporcato la via
e tutti hanno osato guardare!
quando mi sveglio
è questo il mio pensiero.
Nacqui anziché morire
ma recitai la morte
mia allo specchio;
arrivai qui uno di quei giorni
di quei giorni che scordi
che tutti pensavano:
“sarebbe un gioco da bimbi
stringerla fra le braccia.
potrebbe ribellarsi
per finire per cedere…
grassa com’è,
debole dev’essere anche.”
e altri discorsi simili
giacevano sotto i miei piedi
quando passeggiavo
quando arrivai nel ghetto storico
vent’anni fa,
bassa e grassa
ma non deforme come adesso
che la mia gola possente
con la sua obesità gracchia!
 
Ed è dissolvenza.
 
Lidia-Tullia era l’acqua vergine
insensibile e mezzo vorace
camminava rovinata da vertigine
gonfia di tisi nel magro torace.
Lidia-Tullia sognava il cielo
mentre uccideva un sano stelo.
Lidia-Tullia crebbe andando a messa
nel velo nero con Viveca e Rada e Vanessa.
 
Lidia-Tullia protetta dal ghetto nobile
Lidia-Tullia continua a dire:
essendo la regina del cielo
sono come acqua vergine e fresca.
nessuno l’ascoltava,
poiché il vento delle sue parole
era vento e non acqua!
 
Lidia-Tullia bevve l’acqua
ipersensibile tutta quanta.
Lidia-Tullia mi parve acqua
quando la vidi moscia e santa!
Lidia-Tullia si è vestita
e correndo via si è pisciata.
si è lavata a tarda notte
nel bidè con il piscio e se ne fotte.
 
Dissolvenza
 
Quella sera Vanessa
cadde e si confidò:
siccome è stato
come fossi stata squartata
non ho più scordato
il sogno che mi ha spossata!
come dire che non ho più…
Vanessa ha caldo.
Vanessa è nuda!
Vanessa giace
ventre saziato
giace…e si sveglia:
tu hai sognato!
monte sognato.
sogno arrestato.
cosa ti spinge a me? – sì –
cosa mi spinge a te? – sì –
le danzarono intorno i demoni.
 
Vanessa veniva in auto
veniva a piedi
e veniva e pregava
che io le aprissi…
e piangeva quando mi rivestivo
Vanessa, e gli occhi miei
l’hanno veduta su e giù.

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO – prologo –

Brani tratti dal mio primo libro - 1985 -

PROLOGO

Ma dove siamo in grotte o case
o stalle, piazze di città, dove?
l’inverno si è scordato di delineare
perché il sole non scalda
il mare lineare,
sogno l’assurdità
parlare camminare ovale.
Immersi in centri razziali
Vogliamo odiare,
la danza si ripete
e si ripete per noi vola
in stanze illuminate
di viola per violare.
…..
Ed uscii dalle Torri
ma mi costrinsero a tornare…
qui ne ho visto scalfiti
vecchi palazzi e sentito
urlare vecchi pazzi.
I vicoli stretti:
oh la profondità strozzata,
stranieri!
All’urlo tutti fuori ai balconi
d’edera d’immondizia.
La notte:
Che si alza con la nebbia
E fugge via
piano piano ben bene
logorata logorata…
cos’è che stavo sognando?
La notte
che si alza con la nebbia
E fugge via
piano piano ben bene
Logorata la notte
Era come il giorno
Illuminata da brandelli di nubi
che pendenti pendevano…
nei vicoli cadenti…
oh la profondità strozzata!,
stranieri
dagli occhi azzurri che guardate
quanti di noi dagli occhi neri
divoriamo stranieri
delle città di su.
Cosa volevate guardare?
Chiusi nel ghetto ignobile
gettiamo a mare rabbia vile
siamo del mare l’indecenza
siamo del mare l’arenile.
 
Dissolvenza

ALL’OMBRA DEI PIXEL – VI – VII – VIII –

VI
Tempo reale è serico sorriso che mentre
passa labbra screpola che spesso riappare
sommesso al domestico incanto strazia sazia
commuove le viscere e Rolando ripone
il suo pene a pendolo e sfrega l’espressione
di tedio catodico sfrega sfregia aleggia
a riempire d’etica la bocca epocale
sopra tetti cupole e cupi panorami.
 
VII
svegliato dal glicine appeso gocciolante
primavera brulica consigli la mente
di Rolando dentice squamato al cartoccio
nel forno dimentico fumante e annerito
un canale lavico cocente contorce
forma al cielo coagulo infinito incosciente
guarda quanta semola che fritta s’indora
Rolando tra il chimico odore che s’invola.
 
VIII
dei soppressi l’alito non appanna il vetro
una mano stritola il pensiero contratto
Rolando che naufraga vede il ratto raso
mordicchiare l’alluce al padre fermo perso
nel respiro rantolo di ventre di verde
sudato sì flaccido corposo corroso
rotto cotto strascico umano in vitreo vaso
l’ora scura macchina questa quieta questua.

ALL’OMBRA DEI PIXEL – III – IV – V –

III
come innocuo pensile di brunito tek
non rifrange lamina le luci sfreccianti
ed assorbe simili tutti i desideri
compra e mangia libera la mente lo stress
puoi ammazzare statici intendere volere
annebbiato vomita il rimorso aderente
succulento gastrico fin sopra la gente
gli corrode i palpiti e scoppia la bontà.

IV
ogni giorno vortice ialino onda si forma
ripete l’evolvere avvolgente aggrottarsi
senza cresta il debole infrangersi salino
e accarezza gocciole diffuse asciutte
il decollo s’anima dal cielo sorvola
chiazze d’acqua sterili ai piedi di saguari
mai pregni com’ergersi verso il sole diaccio
sulla roccia rigido abbraccio che oggi è un giorno

V
di sterminio logore folate di vento
seppiato rimestano di sterminio il sangue
vivace di mùtoli corpi sconosciuti
gli passa tra il mestolo sott’occhio e di bombe
ascolta la disputa indecisa sbagliata
ecatombe e la stipula gli uni o gli altri sotto
sterrati dall’erpice furia dissennati
spaccati dai vomeri a tratti divorati.