SA POSTA

Torre dell’Elefante – 1981 – foto Maurizio Manzo

1 – Sa Posta

Dove sono nato ti perdi in mezzo al mare. Puoi cercare di aggirare la città che ti spunta sempre il mare davanti agli occhi, t’allupara. Per non parlare della luce che ti lascia allocchiau, cosa che ti rimane negli occhi fino a quando li chiudi e che finisce quasi sempre con illuminarti i sogni. L’ormai diffuso periodo che chiamiamo di premorte, dei vari tunnel di luce, sicuramente è nasciu innoi, in Casteddu ‘e susu.

Qui a Cagliari diciamo “du còddasa” anziché “frìgasa”, che vuol dire fottere e si pariri più diretto. Tutti qui cercano di non farsi fottere. La prima cosa che impàrasa è a non ti fai poni la saliva sul naso, un po’ come cercare di non farsi fottere, dèpisi partì subito de conca, se qualcuno osa farlo.

A volte se devi osservare qualcosa che richiede contrasto, non lo puoi fare e dèpisi intrai dentro qualche portone per distinguere le cose più chiare. Questo dovrebbe influire positivamente sul nostro carattere, invece accade il contrario, siccome diciamo che qui è tutto alla luce del sole, abbiamo la certezza che nessuno ci potrà mai fregare, e se questo accade, ci siamo inventato il detto: a su burriccu sardu du frìgasa una borta scetti! , come a dire: una volta te lo posso anche concedere.

Efisio quella mattina si credeva prusu sbertiròri degli altri giorni. Per un bambino di quella zona, su sbertiròri appare tre volte più grande di quello che è, si potrebbe dire un mito, se poi su sbertiròri ti coinvolge, la stima diventa illimitata.

Su sbertiròri e unu chi sfòddara, unu chi sfòddara è uno che picchia: uno bravo nel picchiare; un po’ come un pistolero.

Così tra gli otto e i dieci anni imparai a infogài sa posta.

Efisio aveva ancora l’odore del mare nelle mani. Me le muoveva davanti al naso, perché le teneva basse nel gesticolare e io ero alto forse un metro e qualcosa. Aveva appena finito di aiutare il padre a ricucire le reti stèrriasa sul bastione di S. Croce, scorriàrasa a furia di tragàre d’ogna cosa nei fondali.

“Oh su pischellì, dus bisi cùssus dusu? bai e poniddi su sgambettu chi poi arribu deu e ci pensu deu.”

Al bastione nuovo, noi abbiamo il bastione nuovo e quello vecchio, il nuovo è quello di Saint Remy e il vecchio quello di Santa Croce. Al nuovo c’è più scioramento, c’è più gente stràngia, de foras de casteddu ‘e susu, chi àndara chi bèniri, è prenu de pisciottu che fanno vela a scuola e passano la mattina a passillai prima di finire negli sgannatoi. E poi le partite di pallone si fanno a campo aperto, ti sembra un campo regolamentare, in larghezza chi non accàbara prusu.

Quei due ragazzi, cùssus dusu, guardavano la città dal lato terrapieno. Il cielo era molto oltre arrivava lo sguardo e il rumore delle macchine saliva sulle fronde degli alberi fin sopra la terrazza. Camminare sul bastione fiara cummenti camminai sopra il resto del mondo, non cindi fiara po nisciunu.

Sa posta s’infògara per legittimare una reazione; molto più banalmente una scusa per un’azione violenta e gratuita. Io sto solo facendo una cosa toga, una cosa de porri vantai, un’iniziazione sotto la luce di questo celeste salato.

Non ho bisogno di trovare coraggio, è come se avessi una strana forza che non cumprèndisi bene e sprigiona solo barrosìa. Sa gannedda è l’unica cosa che vedo a cui deppu zaccai forti.

È strano vedere lo sguardo spantau di questi ragazzi spiegarsi il mio gesto e tentare un tentativo di risposta biccàu subito da Efisio che si lancia infuriato e urla: “ ita bolisi fai a frarisceddu miu, ah?” e ‘ndi partiri unu con un colpo di testa mentre pigara po su tzugu l’altro e se lo porta verso il ginocchio che solleva con forza per sfoddàrlo di brutto.

Non avevo ancora visto persone scarigate zampillare in quel modo, gli usciva sangue anche dai denti, il bastione aveva iniziato a chiazzarsi di rosso; Efisio gli spara qualche altra frase con tono minatorio a is origas e poi si rivolge a me euforico: “troppu rogu, sempre diaci! spesarindi immoi!”

Mi sono messo a correre via da quelle pozzanghere di sangue. Pensavo allo stupore e alla paura negli occhi di quei ragazzi, a questa cosa inspiegabile che mi rendeva comunque orgoglioso, questa cosa di cui vantarsi fino al finire della luce sotto i lampioni rotti, là ch’innoi sbattisi, dandoti il pugno sul palmo della mano.

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