Maurizio Manzo: Roglio, furrìsca e callentèddu (Su callentèddu)

Rolando Musu quel giorno fìara zaccàu e l’unica cosa che lo calmava, era la luce che sfoddàva sù ciorbèddu, filtrava dal tetto, dalle finestre dai piani de asùtta, eri nel ventre di una balena sderrùtta, che spruzzava prùini che parìara polvere d’argento.

Neobar

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SU CALLENTEDDU

Pò ìs picciocchéddusu le macerie sono come un parco giochi, come le giostre, meraviglie create dalla negligenza.

Rolando Musu quel giorno fìara zaccàu e l’unica cosa che lo calmava, era la luce che sfoddàva sù ciorbèddu, filtrava dal tetto, dalle finestre dai piani de asùtta, eri nel ventre di una balena sderrùtta, che spruzzava prùini che parìara polvere d’argento.

Le macerie, oltre ai rischi de malarìas de arrùi e si cravài con il ferro del cemento armato sgretolato, erano il regno della libertà e tutta quella luce chi filtràra de dògna pàrti, ne era la conferma.

Rolando attraversava quelle che un tempo erano stanze, seghèndi in cùrtzu per i tramezzi sciusciàsu, e comunque a quello che atturàra delle stanze, si assegnava una destinazione d’uso, c’era la stanza pò cagài, cùssa per farsi le seghe, quella per iniziare a fumare e cùssa per lanciarsi le sfide, a ròglio…

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