RIDO PRÀ PRÀ

Ascolta, ti dirò della tristezza di un bambino e del suo sorriso appeso all’aria; si chiamava Elio e non poteva ridere né sorridere; lui semplicemente pensava che nella vita non a tutti è concesso.

Elio aveva otto anni e i denti al loro posto, i capelli morbidi e di un colore che non esisteva. Sul viso era evidente uno strato di espressioni inespresse, contratte, e anche questo lo attribuiva al suo destino.

Un giorno, più silenzioso di altri, Elio fece una gran risata e scoprì di colpo perché i compagni di scuola lo chiamavano Rido Prà Prà. La sua pelle non tratteneva la felicità. La contrazione del corpo, smettere di aspirare scuotere gli addominali, faceva sì che il povero Elio non riuscisse a smettere di fare aria chiassosa, il suo ridere era tutto una scorreggia.

Così, Rido Prà Prà, non rideva neanche sotto solletico. Stava all’ultimo banco della classe, del pulmino scolastico, e nei giochi faceva chi doveva essere sempre serio. Finché una mattina colorata come non aveva mai visto, il pulmino girò all’improvviso verso il mare. Era l’ultimo giorno di scuola e per festeggiare, gli insegnanti li portarono in uno stabilimento balneare.

Fu quello il giorno più felice di Rido Prà Prà, quando le onde gli sbattevano in faccia e lui rideva e rideva ricamando il mare con tante bollicine che salivano dal fondo.

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