RAPACITÀ

Non ho sulle spalle guerre.

non ho visto dei morti

la faccia.

Né ne ho sentito il rantolo.

Per questo siedono

fiori fuori luogo e ombre

stridenti scacciano

l’acqua dai vasi a mano

mille ombre vomitate

budella rumorose

mentre stomaci vellutati

abboffati di sogni dei

teschi progenitori

rosicchiati adagiati

tra teche di cristallo

ai muri giallo manicomio

sole illusorio

delicato l’udito

e la cute sparita.

 

La mano solforosa

tende verso il dorato

campanile

mentre le unghie annerite

si staccano

la saliva dei nostri corpi

immobili

liquefà le formiche

la pace

che ci divora ci assilla

e non assolve

proibito anche il respiro

e tanti sono curvi

e moribondi.

 

Appena s’alza la dolcezza

potente veste

la morte

splendidamente.

Gli arti inferociti

s’accavallano deboli

desiderosi camminare

esili e ignoti nel cielo,

insinuarsi e raccapricciare

quel che resta del mondo

che assume il movimento

d’abisso.

1981

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