Viveca Lidia-Tullia Rada e Vanessa – 1981 da Coreografia del Ghetto Storico
“Viveca aveva fatto
di me la conoscenza
una sera vicina alla notte.
Quella sera c’era la pioggia:
< sei tornato figlio mio?>”
“Sono solo un altro –
un’altra goccia di pioggia
che cade di troppo sull’asfalto,
e che nel cadere soffre,
certamente come suo figlio!”
< Viveca ha avuto un figlio?>
Piansi per un bambino – diceva Viveca –
che m’abbandonò lentamente:
mentre io contavo i suoi passi
quei passi ridevano della mia mente.
<Ma quella donna ha partorito?>
Potrei io farvi annusare
dall’ombelico quanti liquidi
ha risucchiato il mio ventre –
Non sono io quella
che ha lasciato la merda
davanti alle porte delle case.
Né quella che ha sputato su vetri!
Ah!, ma mio figlio si sarebbe
lungo la vita fermato se solo
avesse visto i miei occhi
guardare la sua nuca.
Ed è dissolvenza.
Lidia-Tullia di notte
piangeva.
Lei sapeva quel che gli uomini
dicevano nei bar:
“Lidia-Tullia se l’intende –
dicono le piace
la sozzura del pene.”
Lidia-Tullia da sola piangeva:
e quella sera non la scorerò mai!
Osarono denudarmi –
non scorderò mai la sera,
non scorderò mai l’orecchio
di uno che morsicai
fino a far combaciare i denti.
Il morso di Lidia-Tullia.
Le acqua, lei dolce mare.
Lidia-Tullia non si lava,
e quando cammina qui
l’odore suo intimo
si posa sulle narici –
Lidia-Tullia non si lava!
Uomini giovani e vecchi
dalla testa senz’occhi
ansimano alla vagina di lei
raschiando il suolo coi ginocchi –
Lidia-Tullia li accoglie
ma non si lava!
È la maniera per non abbandonarsi,
grida Lidia-Tullia regina dei cieli.
Dissolvenza
Rada ha cantato assonnato
Quel grido come è nato.
E lei non capace di ridere
ha voluto a noi mordere.
Rada! Rada! Rada!
S’è guardata le mani:
ha visto che non ha più mani!
Non ho più mani – lamenta –
mi son vista le mani:
che non ho più mani!
Rada Amava il cotone
Quando imbeveva l’olio caldo
strofinando le mani
per dare il soffice al malore;
mentre chiedeva:
deciframi quale se effimera
bellezza mi assalga quando
guardo solo se guardo.
Perché Rada vede tutto quando guarda!
Dissolvenza.
Vanessa era riuscita ad aggrapparsi.
Ho aggrappato! Ho aggrappato!
Era capace d’aggrapparsi Vanessa,
ma non di custodirsi.
Vanessa so che sei lì.
So che sei lì, Vanessa.
Dai, vieni qui, Vanessa!
Vanessa, dai, vieni qui.
Ma lei non voleva non voleva!
Sto aggrappata – diceva –
Sto come un’oliva!
Aggrappata diceva
sono un’oliva.
Mi sono insegnata anche
a custodirmi, guarda:
serro le carni mie!
Non connetteva, Vanessa
ha sempre chiuse le carni.
Ti prego arrotondati
esile e ovale com’eri al tempo –
Non ti do retta – dice –
non posso che essere spigolosa.
Non lacerarmi le costole Vanessa!
Non ti do retta – dice –
mi so custodire,
ho serrato le carni mie:
chi più potrà entrare?
Chiusa ermeticamente sudata
Vanessa appiccicata
la carne appiccicata!
Chiasseggiava la carne
chiasseggiava se ti provavi
di staccarla.
E gli odori son qui inutili.
Non ti posso aprire.
Perdonami se ti ho ceduto.
Puoi sgridarmi, ho perduto!
Ho perduto ho paura
Della tua sorte: tu sei ora,
per chi ti tocca, la morte!
Dissolvenza – Dissolvenza

