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CASTELLO – 1981 -

Vorrei venire

arrivando  e osservare

come una prima volta

questi palazzi

questi ruderi su cui il sole

indelicato posa gli anni

su cui posiamo gli occhi

e altri con foto bloccano.

 

Oh, belli! Oh, belli!

Vedere per la prima volta

la mia casa e la gente

da sopra l’alta torre

il mare al mare voltarmi.

 

Potessi cancellarvi

e imprimervi come

primizia nelle mie pupille

e poi andar via,

non conoscere il nostro male:

domani cadremo?

Ebbene, ho qualche foto

di voi.

 

ottobre 1981

 

 

 

LORDURA

danno alla terra
il valore dannato del danno
la spiga la quercia l’ulivo
il sughero hanno vita monca
 
sparso la guerra incolore
il buio nel mare espanso
infiammabile su papille
pupille corolle coralli
 
pianto non si ascolta
d’ogni croce che pianto
valgo solo il passo
d’una processione d’esilio
 
qui il sole poggia
sulle sterpaglie
sbuffa dorate polveri
non scalda solo piscine
 
ecco la bottiglia cemento
che lo contiene
eolico che lo rinfresca
spartizione in gran festa
 
sferrano come cavalli azzoppati
l’industria sarda
sordi al canto d’arpie vergini a’ volti
uccegli e cagne azzanna soldi scanna uomini
 
preso il paradiso
poi il purgatorio e rifilati
all’inferno ci prendono
anche quello, grasso che cola
 
il dolore rappreso
non ha più odore.
 
 
 
 

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO – BRANI 4 -

Brani del mio primo libro - pubblicato nel 1985 -

Lidia-Tullia disse a dei bambini:
camminate qui, angioletti orfani,
io Lidia-Tullia vi adotterò…
mi accompagnano gli angioletti
per il quartiere…
e mi dondolano
mi deliziano…ma poi
mi deridono
mi approfittano
mi pigliano a calci le mammelle,
malvagi! terrificanti!
siate saggi, vi farò miei amanti.
non tiratemi le pietre!
non rincorretemi,
lasciatemi andare…
 
portarono Lidia-Tullia
nelle macerie…
mi alzo e sono lunga lunga
lungamente distesa.
demente mi sembra d’essere
su questo pavimento rovente
chino gli orecchi ad ascoltare
le viscere, un alito non si sente.
 
dissolvenza
 
“chiamiamo un medico chiamiamo’”
 
“Viveca non vuole
si chiami qualcuno non vuole!”
 
ditemi: in quale fogna è corsa
l’urina in righe di velluti?
quanti sono venuti
nelle ore in cui ero assente?
hanno osservato il sangue
ai piedi del letto?
le lenzuola lerce?
o la mia testa rasata?
dammi la mia parrucca…andate
a prenderla…nel comò…
v sembro, forse, un oggetto
di dubbia provenienza, ora?
oh, che caldo!
levo questa camiciona…
 
“non levartela…Viveca
starai peggio così nuda…
copriti col lenzuolo…”
 
“lasciala nuda,
falle prendere aria.”
 
……
perché tutto è sbocciato
con un caldo e un sudare
in un inverno rovente.
la pioggia si faceva fango
nelle strade bianche
e guardavo fuori dalla finestra,
e guardando sudavo…e caldo
e caldo: perché mai…
sintomi di menopausa…
ah! questa parrucca
provoca prurito. aiutatemi
a non finire negli abissi!
non significa questo
d’aiutarmi a non morire.
 
non sono goffa, vero,
sdraiata su questo letto
e le pieghe della carne…
mi amavano – gli uomini…
ma ora, vi sembra ch’io abbia
le mammelle orrende?
 
ed è dissolvenza
 
 
 

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO – BRANI 3 -

Brani del mio primo libro - pubblicato nel 1985 -

Vanessa ha perduto i denti.
Vanessa vaneggia ricordando
la luce del suo sorriso giallo.
essendo il sole Vanessa
Vanessa è spietata!
se Vanessa morire voleva
a morire non vi riusciva.
ma mise lo zucchero,
lo mise ai denti d’oro:
voglio perdere i denti!
e d’allora ha perduto tutti i denti.
ma Vanessa si voleva addolcire
perché Vanessa non voleva morire.
Vanessa non poteva saper morire!
 
ed è dissolvenza
 
Rada ha vomitato ogni cosa
quando le mani si sono incancherite.
Rada pensava in una strana posa:
ricresceranno come margherite?
ma nessun altro dito sbocciava.
il dolore che ho perduto
non è ritornato felicità.
voltatemi bocconi
che mi sia maltrattata la schiena.
datemi la preda adatta
che possa saziarmi,
e non per ammansire
i miei atroci dolori,
ma per poter avvilire
che sono pregna di buoni valori.
è la viola, la sento ancora,
che ha accompagnato il cancro
che mi ha strappato le mani,
delicate come petali.
così leggere erano quando
le aprivo e io toccavo;
ora ho le mani che sembrano
sculture di marmo_nero venate.
restituite per le vene
il sangue alle mie mani!
 
Rada va per le strade
dove è nata e cresciuta;
lei parla in quelle vie
sono qui! ora più in là!
pezzi delle mie mani.
ma voi vedete quel che vedo io?
 
Rada se guarda vede tutto!
 
dissolvenza.
 
 
 

ALL’OMBRA DEI PIXEL – IX – X – XI -

IX
Rolando si crogiola pesato e lavato
indotto dal solito torpore temprato
ascolta di tortore il becco canto bieco
e risponde energico con un fischio vischio
fino a sera rutilo riflesso già lesso
l’aria cupa sventola appassito l’umore
s’aggira sul circolo vizioso sontuoso
richiede la modica dose giornaliera.
 
X
il volto si mescola e suda sulla sedia
toglie al sole candidi salienti momenti
e rincorre solide storie cova cavie
dal destino povero travolto e distrutto
dal destino polipo sotto messo mesto
ascolta e una lacrima scende sulla guancia
sulla pancia lapida il tremore motore
lo coglie lo remora lo sfascia l’accascia.
 
XI
così il giogo simula colori pastello
fosse sogno a fondere i loro occhi pestati
bolle il mondo luètico mentre il pranzo scalda
arsi vivi d’etica rosa religiosa
poi riposa ingenito ghiro ghiotto goffo
quando il sole stempera la linea di mira
Rolando si radica e l’aria ferma fitta
non nebbia ma polvere soffiata dai colpi.

BRANI – COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO

Edizioni Castello, pag 60 - giugno 1985

Brani del mio primo libro - pubblicato nel 1985 -

Lidia-Tullia mormorò:
all’angolo la puttana! c’era.
anche oggi faccio la puttana.
poi all’angolo la puttana non c’era.
si stava decomponendo in fretta.
l’ha detta.
il cane allora ha pisciato all’angolo.
la puttana era lì con meno carni!
le ha date ai cani.
 
Lidia-Tullia le sue mani
coi guanti color malva
passa sul viso cereo…
m’accarezzano molti – dice –
perché sono lanosa.
…..
Lidia-Tullia decise di camminare
sula via Croce iniziò a singhiozzare.

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO

Edizioni Castello, pag 60 - giugno 1985Rada camminava
appestata solo sulle mani
poi la macchina si presentò
puntuale al suo palazzo:
sorrideva a Rada –
Rada sorrideva alla macchina
si guardarono per del tempo
un’infinità di tempo volato
ad osservarsi. poi la macchina
triste senza più sorriso disse:
non posso curarti del tuo cancro!
Rada la osservò e velò per lei
altri sorrisi e velò e disse:
non voglio che tu mi curi
voglio che tu mi uccida!
l’auto uscì dal quartiere
silenziosa mente multipla.
parlarono a Rada dentro l’auto
ma Rada chiuse il finestrino.
come fai a essere sulla macchina
se adesso eri in casa?
da questa domanda
cominciarono a beccarmi;
molti becchini procedevano
seguiti da beccai affilati.
 
Dissolvenza. Dissolvenza.
 
Io sono Viveca
da dove vengo
lo dissi a molti uomini…
e da dove venivo loro andavano.
Io mi chiamo Viveca
ero soltanto bassa
oggi sono anche grassa
sembro più bassa…
divarico le gambe
dentro il mio letto
e m’apro al sogno –
scivolando i ginocchi
sulle lenzuola
ruvide gonfie di sporcizia.
questa mattina
ho sporcato la via
e tutti hanno osato guardare!
quando mi sveglio
è questo il mio pensiero.
Nacqui anziché morire
ma recitai la morte
mia allo specchio;
arrivai qui uno di quei giorni
di quei giorni che scordi
che tutti pensavano:
“sarebbe un gioco da bimbi
stringerla fra le braccia.
potrebbe ribellarsi
per finire per cedere…
grassa com’è,
debole dev’essere anche.”
e altri discorsi simili
giacevano sotto i miei piedi
quando passeggiavo
quando arrivai nel ghetto storico
vent’anni fa,
bassa e grassa
ma non deforme come adesso
che la mia gola possente
con la sua obesità gracchia!
 
Ed è dissolvenza.
 
Lidia-Tullia era l’acqua vergine
insensibile e mezzo vorace
camminava rovinata da vertigine
gonfia di tisi nel magro torace.
Lidia-Tullia sognava il cielo
mentre uccideva un sano stelo.
Lidia-Tullia crebbe andando a messa
nel velo nero con Viveca e Rada e Vanessa.
 
Lidia-Tullia protetta dal ghetto nobile
Lidia-Tullia continua a dire:
essendo la regina del cielo
sono come acqua vergine e fresca.
nessuno l’ascoltava,
poiché il vento delle sue parole
era vento e non acqua!
 
Lidia-Tullia bevve l’acqua
ipersensibile tutta quanta.
Lidia-Tullia mi parve acqua
quando la vidi moscia e santa!
Lidia-Tullia si è vestita
e correndo via si è pisciata.
si è lavata a tarda notte
nel bidè con il piscio e se ne fotte.
 
Dissolvenza
 
Quella sera Vanessa
cadde e si confidò:
siccome è stato
come fossi stata squartata
non ho più scordato
il sogno che mi ha spossata!
come dire che non ho più…
Vanessa ha caldo.
Vanessa è nuda!
Vanessa giace
ventre saziato
giace…e si sveglia:
tu hai sognato!
monte sognato.
sogno arrestato.
cosa ti spinge a me? – sì –
cosa mi spinge a te? – sì –
le danzarono intorno i demoni.
 
Vanessa veniva in auto
veniva a piedi
e veniva e pregava
che io le aprissi…
e piangeva quando mi rivestivo
Vanessa, e gli occhi miei
l’hanno veduta su e giù.

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO – prologo -

Brani tratti dal mio primo libro - 1985 -

PROLOGO

Ma dove siamo in grotte o case
o stalle, piazze di città, dove?
l’inverno si è scordato di delineare
perché il sole non scalda
il mare lineare,
sogno l’assurdità
parlare camminare ovale.
Immersi in centri razziali
Vogliamo odiare,
la danza si ripete
e si ripete per noi vola
in stanze illuminate
di viola per violare.
…..
Ed uscii dalle Torri
ma mi costrinsero a tornare…
qui ne ho visto scalfiti
vecchi palazzi e sentito
urlare vecchi pazzi.
I vicoli stretti:
oh la profondità strozzata,
stranieri!
All’urlo tutti fuori ai balconi
d’edera d’immondizia.
La notte:
Che si alza con la nebbia
E fugge via
piano piano ben bene
logorata logorata…
cos’è che stavo sognando?
La notte
che si alza con la nebbia
E fugge via
piano piano ben bene
Logorata la notte
Era come il giorno
Illuminata da brandelli di nubi
che pendenti pendevano…
nei vicoli cadenti…
oh la profondità strozzata!,
stranieri
dagli occhi azzurri che guardate
quanti di noi dagli occhi neri
divoriamo stranieri
delle città di su.
Cosa volevate guardare?
Chiusi nel ghetto ignobile
gettiamo a mare rabbia vile
siamo del mare l’indecenza
siamo del mare l’arenile.
 
Dissolvenza