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LORDURA

danno alla terra
il valore dannato del danno
la spiga la quercia l’ulivo
il sughero hanno vita monca
 
sparso la guerra incolore
il buio nel mare espanso
infiammabile su papille
pupille corolle coralli
 
pianto non si ascolta
d’ogni croce che pianto
valgo solo il passo
d’una processione d’esilio
 
qui il sole poggia
sulle sterpaglie
sbuffa dorate polveri
non scalda solo piscine
 
ecco la bottiglia cemento
che lo contiene
eolico che lo rinfresca
spartizione in gran festa
 
sferrano come cavalli azzoppati
l’industria sarda
sordi al canto d’arpie vergini a’ volti
uccegli e cagne azzanna soldi scanna uomini
 
preso il paradiso
poi il purgatorio e rifilati
all’inferno ci prendono
anche quello, grasso che cola
 
il dolore rappreso
non ha più odore.
 
 
 
 

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO – BRANI 3 -

Brani del mio primo libro - pubblicato nel 1985 -

Vanessa ha perduto i denti.
Vanessa vaneggia ricordando
la luce del suo sorriso giallo.
essendo il sole Vanessa
Vanessa è spietata!
se Vanessa morire voleva
a morire non vi riusciva.
ma mise lo zucchero,
lo mise ai denti d’oro:
voglio perdere i denti!
e d’allora ha perduto tutti i denti.
ma Vanessa si voleva addolcire
perché Vanessa non voleva morire.
Vanessa non poteva saper morire!
 
ed è dissolvenza
 
Rada ha vomitato ogni cosa
quando le mani si sono incancherite.
Rada pensava in una strana posa:
ricresceranno come margherite?
ma nessun altro dito sbocciava.
il dolore che ho perduto
non è ritornato felicità.
voltatemi bocconi
che mi sia maltrattata la schiena.
datemi la preda adatta
che possa saziarmi,
e non per ammansire
i miei atroci dolori,
ma per poter avvilire
che sono pregna di buoni valori.
è la viola, la sento ancora,
che ha accompagnato il cancro
che mi ha strappato le mani,
delicate come petali.
così leggere erano quando
le aprivo e io toccavo;
ora ho le mani che sembrano
sculture di marmo_nero venate.
restituite per le vene
il sangue alle mie mani!
 
Rada va per le strade
dove è nata e cresciuta;
lei parla in quelle vie
sono qui! ora più in là!
pezzi delle mie mani.
ma voi vedete quel che vedo io?
 
Rada se guarda vede tutto!
 
dissolvenza.
 
 
 

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO – BRANI 2 -

Libro pubblicato nel 1985 - il mio primo libro -

 
“il letto di Viveca                              
abbiamo trasportato
sulla cima della Torre dell’Elefante.
lei l’ha chiesto, lei!”
 
Ah, questa è arguzia! due lati
affilati; il camicione già imbrattato!
oh, mi si asciuga dal dolore…
e solo le mani e la fronte umide…
 
“Viveca s’è aperta la vulva
s’è messa una lametta
e il sangue…
il sangue nella vulva fulva!”
 
ora è la menorragia eterna?
non resta che…
e quindi attendere…
ricalcare tutto o ah!
io ch’ero un tempo
quel ch’ero
non posso da me stessa
cancellare ogni delicatezza!
gli altri sì, potrebbero
disgregare i miei gesti,
la movenza delle labbra
ed io ho fatto soffrire gli altri!
non sembro, ora, divina?
ma lo ero alla finfine?
stare a letto mi ingrossa la voce…
stare a letto mi…
ho venduto l’anima alla giovinezza
ho raschiato un utero
a rubarne i colori!
ho divorato l’ingenuità
appena la seppi esistere!
 
“io l’ho vista Viveca
sul suo letto in cima alla Torre…
tutta imbrattata di sangue…”
 
Dissolvenza
 
Lidia-Tullia era nel vicolo…
dei ragazzi la schernirono
del tempo trascorso l’avvisarono.
Lidia-Tullia corse denudandosi,
invano mostrò il suo corpo sfatto.
Lidia-Tullia danzando perse…
invano gridò: sono regina del cielo!,
le ossa tue rugose…
Lidia vuoi perdere le rughe?
voglio perdermi nella melma!
Lidia-Tullia campanile rancido.
 
si toccò Lidia-Tullia
le gambe le spalle
i denti e dalla bocca
la saliva fece scorrere,
le braccia il cuore le dita,
la faccia le orecchie
e i capelli e il fegato;
la mania – la mania!
tutto di me va disfacendosi…
prova a toccarmi
e vedi un po’ se non divento
più rugosa al tatto.
le tue mani temono sollevare,
toccare questa carne feroce
impietrita di tenerezza?
 
noi perdiamo gli occhi
mentre è lenta la dissolvenza
 
 

BRANI – COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO

Edizioni Castello, pag 60 - giugno 1985

Brani del mio primo libro - pubblicato nel 1985 -

Lidia-Tullia mormorò:
all’angolo la puttana! c’era.
anche oggi faccio la puttana.
poi all’angolo la puttana non c’era.
si stava decomponendo in fretta.
l’ha detta.
il cane allora ha pisciato all’angolo.
la puttana era lì con meno carni!
le ha date ai cani.
 
Lidia-Tullia le sue mani
coi guanti color malva
passa sul viso cereo…
m’accarezzano molti – dice –
perché sono lanosa.
…..
Lidia-Tullia decise di camminare
sula via Croce iniziò a singhiozzare.

COREOGRAFIA DEL GHETTO STORICO

Edizioni Castello, pag 60 - giugno 1985Rada camminava
appestata solo sulle mani
poi la macchina si presentò
puntuale al suo palazzo:
sorrideva a Rada –
Rada sorrideva alla macchina
si guardarono per del tempo
un’infinità di tempo volato
ad osservarsi. poi la macchina
triste senza più sorriso disse:
non posso curarti del tuo cancro!
Rada la osservò e velò per lei
altri sorrisi e velò e disse:
non voglio che tu mi curi
voglio che tu mi uccida!
l’auto uscì dal quartiere
silenziosa mente multipla.
parlarono a Rada dentro l’auto
ma Rada chiuse il finestrino.
come fai a essere sulla macchina
se adesso eri in casa?
da questa domanda
cominciarono a beccarmi;
molti becchini procedevano
seguiti da beccai affilati.
 
Dissolvenza. Dissolvenza.
 
Io sono Viveca
da dove vengo
lo dissi a molti uomini…
e da dove venivo loro andavano.
Io mi chiamo Viveca
ero soltanto bassa
oggi sono anche grassa
sembro più bassa…
divarico le gambe
dentro il mio letto
e m’apro al sogno –
scivolando i ginocchi
sulle lenzuola
ruvide gonfie di sporcizia.
questa mattina
ho sporcato la via
e tutti hanno osato guardare!
quando mi sveglio
è questo il mio pensiero.
Nacqui anziché morire
ma recitai la morte
mia allo specchio;
arrivai qui uno di quei giorni
di quei giorni che scordi
che tutti pensavano:
“sarebbe un gioco da bimbi
stringerla fra le braccia.
potrebbe ribellarsi
per finire per cedere…
grassa com’è,
debole dev’essere anche.”
e altri discorsi simili
giacevano sotto i miei piedi
quando passeggiavo
quando arrivai nel ghetto storico
vent’anni fa,
bassa e grassa
ma non deforme come adesso
che la mia gola possente
con la sua obesità gracchia!
 
Ed è dissolvenza.
 
Lidia-Tullia era l’acqua vergine
insensibile e mezzo vorace
camminava rovinata da vertigine
gonfia di tisi nel magro torace.
Lidia-Tullia sognava il cielo
mentre uccideva un sano stelo.
Lidia-Tullia crebbe andando a messa
nel velo nero con Viveca e Rada e Vanessa.
 
Lidia-Tullia protetta dal ghetto nobile
Lidia-Tullia continua a dire:
essendo la regina del cielo
sono come acqua vergine e fresca.
nessuno l’ascoltava,
poiché il vento delle sue parole
era vento e non acqua!
 
Lidia-Tullia bevve l’acqua
ipersensibile tutta quanta.
Lidia-Tullia mi parve acqua
quando la vidi moscia e santa!
Lidia-Tullia si è vestita
e correndo via si è pisciata.
si è lavata a tarda notte
nel bidè con il piscio e se ne fotte.
 
Dissolvenza
 
Quella sera Vanessa
cadde e si confidò:
siccome è stato
come fossi stata squartata
non ho più scordato
il sogno che mi ha spossata!
come dire che non ho più…
Vanessa ha caldo.
Vanessa è nuda!
Vanessa giace
ventre saziato
giace…e si sveglia:
tu hai sognato!
monte sognato.
sogno arrestato.
cosa ti spinge a me? – sì –
cosa mi spinge a te? – sì –
le danzarono intorno i demoni.
 
Vanessa veniva in auto
veniva a piedi
e veniva e pregava
che io le aprissi…
e piangeva quando mi rivestivo
Vanessa, e gli occhi miei
l’hanno veduta su e giù.

BACINO BACINO ELETTORALE

votazioni sindaco Cagliari
in blu i soldi in rosso i sogni
 
 
pensavano: poveri
ma ricchi di speranza
ogni ricchezza è una fontana
da cui attingere la propria razza
e plasmarla come meglio credi
rozza pazza gente
e specchiarla in una pozza
perché si veda brillare
 
pensavano: poveri
ma saturi di inventiva
ogni idea affamata
splende anche al buio
della stiva di una nave
alla deriva
ramata mentre fende il silenzio
della sottomissione
 
pensavano: poveri
ma sempre generosi
chi più ha bisogno
più succosi doni porta
e lo scalogno in parte
della cipolla
il pianto inutile
e disturbante quieta
 
pensavano: poveri
ma belli e anche brutti
ma ci van bene tutti
per la polis per il grano
per il sano sviluppo umano
non pensate, dicevano,
vi avviluppo come un lupo
ma sarete come figli
 
dicevano: poveri
date l’assenso
che la pinguedine
è un intercapedine
su cui poter sguazzare
farci felici nel vedervi
i denti marci risaltare
in un sorriso, una nuova vita

DEMANIO DOMINIO

novant’anni  e vedrò la luna
di nuovo
filtrare tra i miei piedi
e l’acqua
sull’arenile.
 
novant’anni di demanio
dominio
e poi sarò ancora un granello
di sabbia
tra l’odore del mare
 
solo novant’anni e riavrò iodio
in gola
e respirerò sulle vele
di barche
leggere e passeggere come nuvole
 
a novant’anni sarò un bambino
che cade
e si rialza rincorrendo
un onda
e rincorso dalla sua spuma
 
novant’anni di vita
diviso
dal rumore della risacca
dal sole
riflesso sui suoi raggi
 
per novant’anni indicato e
cacciato
dalla battigia per non destare
il sonno
ai seni flosci delle ospiti in albergo
 
prima di novant’anni drenerò
la sabbia
e una Brambilla da lasciare osso
di seppia
che non galleggia o veleggia
 

http://notizie.virgilio.it/cronaca/spiagge-dorate-concessioni.html

http://www.sardegnademocratica.it/ambiente/la-privatizzazione-delle-spiagge-1.20726

http://ricerca.gelocal.it/tribunatreviso/archivio/tribunatreviso/2011/05/14/VA8TC_RA501.html

IL DIO BICEFALO

 

http://noradarcaposperone.blogspot.com/

http://www.mainfatti.it/Sardegna/Sardegna-anche-Legambiente-contro-le-torri-costiere-saracene-RADAR_036605033.htm

Giano bifronte
disceso sui promontori azzurri
dei sardi
sfiorato dai montoni
profumati di lentischio
lancia luce lancia allarmi
 
Giano bifronte
dio bicefalo petalo di morte
tra il mirto
irto dal vento
che annuncia l’arrivo e lascia
la fine alle sue spalle
 
Giano bifronte
usato in modo abominevole
nascosto da azioni benevole
che c’illumina barche
su cui scappare e annegare
gareggiando col destino
 
Giano bifronte
che non ci guarda
mai negli occhi
ci sorride come pidocchi
saltellanti in un mondo secco
in mezzo al mare
 
Giano bifronte
dio bicefalo
dominatore dei sardi
privati della luna
riflessa sul mare e delle
stelle sparse tra i cardi.